“In tutta la storia del calcio nessuno ha reso più felice la gente”

Questa la definizione che ha fatto Eduardo Galeano, scrittore e giornalista uruguaiano, di Manuel Francisco dos Santos, meglio noto con il soprannome di Garrincha.

Nato con i piedi rivolti verso l’interno, con la gamba destra più lunga di 6 centimetri della sinistra, con la colonna vertebrale che somigliava ad una S, era già un miracolo se camminava, i medici lo dichiararono invalido e gli sconsigliarono di giocare a calcio, ed invece è diventato uno dei più grandi calciatori della sua epoca e anche di sempre.

Il soprannome glielo diede uno dei suoi fratelli, somigliava ad una razza di uccellini che si muovono saltellando sgraziati.

Come succede spesso ai geni, la vicinanza con la follia è molto breve. Nella sua vita ha provato tutto, dalle stella alle stalle come si suol dire.

Padre alcolizzato, verginità perduta con una capra, tabacco, era un alcolista e donnaiolo incorreggibile. Padre di 14 bambini (quelli riconosciuti) da 5 donne diverse, ha avuto una lunga relazione con una nota cantante di samba, è stato coinvolto in un incidente d’auto in cui morì la suocera e anni prima aveva anche investito il padre.

Ha cercato di uccidersi, fallendo (anche se poi alla fine ce l’ha fatta) , ma in tutto questo ha anche vinto la Coppa del Mondo, due volte. In Svezia nel 58 è stato il migliore del mondo nel suo ruolo. Quattro anni più tardi, in Cile è stato semplicemente il migliore del mondo.
Nella sua carriera con la Nazionale gioca per 11 anni dal 1955 al 1966, perdendo una sola partita, l’ultima che giocò.

In preparazione ai Mondiali del 58 il Brasile viene a Firenze per giocare un’amichevole con l’Italia (che non si qualificò per la prima volta alla fase finale). Finì 3-0 e Garrincha entusiasmò. Famoso l’episodio in cui prima dribblò il difensore, saltò il portiere, ed invece di depositare in rete, aspetto il ritorno del difensore per dribblarlo ancora. Era così, e così intendeva il calcio, gioia per gli occhi e per i cuori

Il Mondiale in Svezia del 58, oltre a portargli l’ennesimo figlio (scappatella con una svedese), non iniziò proprio benissimo. Le prime due partite non le gioca, era ubriaco per le vie di Stoccolma, ma la terza, quella decisiva contro l’URSS, la giocò in maniera incredibile, fa impazzire i suoi marcatori, regala assist e dribbling a non finire. Finì 2-0.

Il Brasile si qualifica e dopo uno stentato 1-0 di Pelè al Galles nei quarti, triturò 5-2 la Francia in semifinale e 5-2 la Svezia in finale. Garrincha non segnò, ma su quella fascia non ce n’era per nessuno.

Quattro anni più tardi, in Cile, il Brasile pur senza Pelè infortunato, rivinse il titolo. Garrincha lo trascinò in finale con due gol ai quarti e due gol in semifinale.

Garrincha

Da lì in poi la vita di Garrincha prese la via che lo aspettava da tempo. Venne anche in Italia, gioco qualche partita nel 1969 con il Torvaianica (Roma).
Tornò in Brasile, ma ormai l’alcool era padrone del suo destino.

Nel 1983 Garrincha lascia questo mondo in una stanza dell’Ospedale di Botafogo, a 49 anni il suo corpo non ha più retto.
Sulla sua tomba c’è scritto “Qui riposa in pace l’uomo che era la gioia del popolo, Mane Garrincha”.

 

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