Nereo Rocco nacque a Trieste il 20 maggio 1912 nel rione di San Giacomo. Già da piccolo la sua famiglia si trasferì in Rion del Re, dove poi Rocco abitò per tutta la vita con la moglie ed i figli. La famiglia di Rocco era di condizione agiata grazie alla macelleria di loro proprietà che era un’importante fornitrice delle navi nel porto. La passione per il gioco del calcio, nacque in Nereo fin da piccolo, osservando le partite della neonata Unione Sportiva Triestina che giocava in un campo di calcio vicino a casa sua: lo storico campo di Montebello dove la Triestina giocò fino al 1932, anno in cui si trasferì allo stadio di Valmaura, l’attuale Stadio Giuseppe Grezar. Nato ufficialmente come Nereo Roch (il nonno era austriaco, trasferitosi a Trieste da Vienna), cambiò il suo cognome in Rocco nel 1925, per poter ricevere la tessera del fascio, allora necessaria per lavorare nel porto. Morì il 20 febbraio 1979 nell’Ospedale Maggiore di Trieste, dopo una breve malattia.

Rocco, prima di esordire come calciatore, organizzava piccoli tornei con gli amici creando vere e proprie squadre fino a quando un giorno venne notato da Ovidio Paron, dirigente della Società Ginnastica Triestina, che lo portò tra le fila della propria squadra. Nel 1927, grazie all’insistenza dell’amico Piero Pasinati, Rocco entrò a far parte delle giovanili della Triestina per poi passare alle riserve della prima squadra. Fece il proprio esordio in serie A il 6 ottobre 1929 in una partita contro il Torino, persa dagli alabardati per uno a zero. Diventò ben presto titolare a soli 18 anni, occupando il ruolo di mezz’ala. Rocco giocò con la Triestina dal campionato 1930-1931 al 1936-1937, otto stagioni, giocando 232 partite e totalizzando 66 reti.

Nel 1937 passò al Napoli, acquistato per 160.000 lire dell’epoca con il compagno di squadra Germano Mian, debuttando con la nuova squadra in campionato alla prima giornata, il 12 settembre 1937 nella sconfitta in trasferta contro il Bologna per 3-2 e segnando la prima rete il 14 novembre 1937, nona giornata di campionato, nel pareggio casalingo contro il Genova 1893 per 2-2, gol decisivo per il risultato finale ed unico gol per quella stagione; l’anno successivo, con sei reti, tra cui una nella vittoria casalinga per 4-1 del 19 febbraio 1939 contro la Juventus, fu il cannoniere della squadra. Con i campani, in 52 partite, segnò 7 reti in massima divisione; tra questi, c’è il gol della vittoria del 5 febbraio 1939 ai danni del Milan per 1-0.

Passò quindi al Padova in Serie B, ottenendovi 47 partite e 14 reti. Per un breve periodo, nel dopoguerra, fu allenatore-giocatore della Libertas Trieste, nell’allora Serie C. In totale Rocco ha disputato in massima serie 287 gare in 11 campionati, segnando 69 gol.

Indossò la maglia della Nazionale in un’occasione: Vittorio Pozzo lo schierò nella partita di qualificazione al campionato mondiale di calcio 1934, disputata il 25 marzo 1934 a Milano contro la Grecia e vinta dagli azzurri per 4-0. Pur facendo parte del gruppo che affrontò il ritiro in previsione del torneo, Rocco non risultò nella rosa dei convocati per il mondiale. Giocò anche in Nazionale B, segnando il gol con cui 27 ottobre 1935 gli azzurri batterono a Genova la nazionale della Cecoslovacchia per 3-1.

 

Nereo Rocco e Gianni Rivera

Nereo Rocco e Gianni Rivera

 

Da allenatore fu tra i primi ad adottare il “catenaccio”, il modulo tattico prettamente difensivo ideato in Svizzera negli anni trenta; la sua era però una personale interpretazione di tale modulo in quanto completò lo schieramento difensivo con l’invenzione del libero ‘all’italiana’. L’allenatore triestino sperimentò questo assetto già durante la sua carriera da giocatore, quando giocò nel ruolo di libero nella squadra della Libertas, negli anni dell’immediato dopoguerra. In un’amichevole contro la più quotata Triestina, Rocco riuscì ad infliggere una clamorosa sconfitta agli alabardati, che lo prenotarono per l’anno seguente. La Triestina, finita ultima nella stagione 1946-1947 e ripescata per via della difficile situazione in cui versava la città nel dopoguerra, grazie al nuovo giovane tecnico e alla nuova tattica che prevedeva il battitore libero, arrivò addirittura a classificarsi seconda dietro al Grande Torino nel campionato 1947-1948. Con questo risultato iniziò la storia di Nereo Rocco allenatore.

In realtà, nonostante Rocco sia passato alla storia come allenatore difensivista e ‘catenacciaro’ per antonomasia, sue squadre hanno sempre cercato di giocare anche un buon calcio d’attacco. Perfino nel Padova degli anni ’50, infatti, dove vigeva la regola del ‘primo: non prenderle’, il Paròn riuscì a mandare due attaccanti in Nazionale (Brighenti e Mariani che debuttarono, segnando entrambi, contro l’Inghilterra a Wembley). Nel Torino, invece, schierò un tridente formato da Combin – Meroni – Simoni mentre nel Milan preferiva un gioco formato da due attaccanti di valore più la mezz’ala di supporto, Gianni Rivera.

Venne quasi subito soprannominato “el paròn”, “il padrone”, soprannome che lo accompagnò per sempre. Personaggio burbero e furbo, famoso anche per i suoi modi poco raffinati ma molto artigianali, per il suo umorismo beffardo e velenoso.

Dopo due buoni ottavi posti nelle stagioni seguenti, 1948-1949 e 1949-1950, Rocco venne allontanato dalla Triestina per ragioni mai del tutto chiarite ed assunto dal Treviso, in serie B. Dopo tre stagioni anonime con i trevigiani, Rocco venne richiamato alla guida della Triestina in Serie A, ma ancora fu esonerato nel corso della stagione 1953-1954 dopo un pesante 0-6 casalingo patito contro il Milan.

Rocco non rimase però disoccupato a lungo: fu infatti chiamato a salvare un malcapitato Padova, relegato nei bassi fondi della cadetteria, pur avendo in rosa giocatori di categoria. Dopo una salvezza insperata, Nereo Rocco preparò il suo Padova per il grande salto in serie A, che avvenne nella stagione successiva 1954-1955. Nella sessione acquisti estiva Rocco fece acquistare Blason, già con lui nella Triestina che si piazzò seconda, Moro e Azzini, destinati a diventare suoi fedelissimi. Nella stagione 1957-1958 il Padova si classificò terzo e negli anni successivi continuò a piazzarsi sempre nelle zone medio – alte della graduatoria.

Dopo aver allenato la nazionale olimpica, Rocco fu ingaggiato dal Milan, dove vinse lo Scudetto al primo tentativo con la squadra raggiunse livelli di gioco altissimi, 83 goal fatti e 36 subiti, Altafini capocannoniere con 22 reti, 31 punti su 34 nel girone di ritorno. Grande protagonista di quella stagione fu il diciannovenne Gianni Rivera. Nella stagione successiva (1962-1963), Rocco mise in bacheca la prima Coppa dei Campioni del Milan e del calcio italiano, battendo a Wembley il Benfica di Eusebio. Dopo questi trionfi, Rocco finì al Torino, guidandolo per 3 stagioni, con l’acuto del terzo posto nella stagione 1964-1965, per poi assumere l’anno successivo sempre coi granata nella stagione 1966-1967 il ruolo di direttore tecnico. All’inizio della stagione 1967-1968 Rocco fu ingaggiato nuovamente dal Milan con il quale conquistò nuovamente lo scudetto e, nello stesso anno, la Coppa delle Coppe. La stagione seguente fu ancora il turno del massimo alloro europeo mentre, in quella ancora successiva, dopo una memorabile sfida in Argentina contro l’Estudiantes, gli riuscì di conquistare la Coppa Intercontinentale che al Milan era sfuggita nel 1963. Nereo Rocco era anche uno che costruiva le sue squadre senza acquisti faraonici ed il suo capolavoro tattico fu nell’estate del 1967 quando tornò ad allenare i rossoneri. Quell’anno, infatti, Rocco costruì un Milan acquistando tre calciatori in netto declino come Kurt Hamrin, Saul Malatrasi e Fabio Cudicini e lanciando in prima squadra un giovane di belle speranze chiamato Pierino Prati.

In quegli anni Rocco consacrò definitivamente il talento di uno dei più grandi giocatori italiani di tutti i tempi: Gianni Rivera.

Dopo aver guidato i diavoli per altre tre annate, vincendo ancora una Coppa delle Coppe nel 1972-1973 e la Coppe Italia nel 1971-1972 e nel 1972-1973, l’allenatore triestino lasciò il Milan a febbraio 1974 per divergenze con la dirigenza. Passò quindi alla Fiorentina che sperava, unendo l’esperienza dell’allenatore triestino al talento e all’energia di alcuni giovani emergenti quali Antognoni, Caso, Della Martira, Desolati, Guerini, di poter lottare per lo scudetto. Ottenne un ottavo posto finale in campionato e lasciò la panchina gigliata a fine maggio 1975, proprio prima della fase finale di Coppa Italia che i viola vinsero.

Ricoprì successivamente il ruolo di direttore tecnico nel Padova e per due stagioni nel Milan, per poi tornare in panchina nel 1977 dopo l’esonero di Giuseppe Marchioro. Vinse la Coppa Italia edizione 1976-77. Detenne per 28 anni, dal campionato 1977-1978, il record di presenze come allenatore in serie A con 787 partite, battuto solo nel 2006 da Carlo Mazzone (arrivato a 795 partite).

Palmares:

Campionato italiano: 2 - Milan: 1961-1962, 1967-1968
Coppa Italia: 3 - Milan: 1971-1972, 1972-1973, 1976-1977
Coppa delle Coppe: 2 - Milan: 1967-1968, 1972-1973
Coppa dei Campioni: 2 - Milan: 1962-1963, 1968-1969
Coppa Intercontinentale: 1 - Milan: 1969

Celebri alcune sue battute rivolte ai giocatori, a cronisti, giornalisti;eccone alcune:

Durante l'assegnazione delle maglie, "è l'ultima, c'è ancora un mona?" oppure  "Tuto quel che se movi su l'erba, daghe. Se xe la bala, pasiensa". 
Un giorno spiegando la tattica ad un noto cronista, disse: "Domenica giocheremo così: Cudicini in porta e tutti gli altri fuori...".
Rimprovero a Nestor Combin: "Tasi ti, che ti xe tanto testa de mona che tuti i mesi te perdi sangue del naso".
Dedicato a Nils Liedholm: "Quel mona de Baròn. Con lui me toca sempre parlar italiano".
Ascoltando le dichiarazioni di Giovanni Trapattoni nel dopo-partita: "Maria Vergine, ma quanto monade che dice Giovanin nostro".
Wembley 1963 finale Coppa dei Campioni: "Chi no xe omo, resti sul pulman". E crolla sul sedile.
"Mi te digo cossa far, ma in campo te va ti".
Madrid 1969 finale Coppa dei Campioni, Malatrasi si rivolge a Rocco per la marcatura di Anquilletti su Cruijff:"SignorRocco, cambi". Lui si volta verso il dottor Monti: "Cossa xe che'l vol? "Dice di cambiare marcatura". "Dighe che s'el cambiassi le mudande".
Lezione tattica:"Scopo del zogo, ostrega, xe de meter el balòn dentro la porta".
Rocco sul difensivismo:"Solo noi femo el catenaccio, i altri fa calcio prudente".
Vinca il migliore, Signor Rocco. " Ciò, speremo de no".
Primi anni sessanta, trasferta del Milan in Francia, un giornalista locale: "Monsieur Rocco, mon ami". Risposta: "Mona a mi??" Mona a ti e anca testa de gran casso".
"A Milàn son el comendator Rocco, ma a Trieste resto quel mona del bècher".
Viene nominato Cavaliere della Repubblica:"Ma no i ga altri mone de darghe premi, 'sti italiani?".

In ricordo di Nereo Rocco, di Gianni Brera:

È morto Nereo Rocco e io non debbo nemmen pensare di poter piangere. È un diritto, ahimè, che non mi appartiene da tempo. I miei sentimenti non contano. Tanto più sarò suo amico, quanto meglio riuscirò a ricordarmi di lui senza frapporre l’amicizia fra me e il mio lavoro insolente. “Prepara il coccodrillo”, mi era stato ordinato con presago cinismo. “Un’ostia!”, avevo ruggito, a sorpresa, con la sua stessa voce. Io so che è già morto ma voi non lo dovete sapere: voi dovete aspettare, maledetti, che lo sappiano tutti. Allora mi metterò al carrello, e garantito che saprò battere i polpastrelli senza il minimo groppo in gola.

Così cerco di fare adesso che tutti lo sanno. E se volete capire meglio dirò che avevo già pianto e bestemmiato come voleva la nostra amicizia tutta particolare. Ho qui sott’occhio un cartoncino per auguri con su stampati I nomi di Nereo e Maria Rocco, Trieste, Via M. d’Angeli 28, telefono 791636. La data, Capodanno ’78-’79: la calligrafia piccola e slegata di uno che è stato a scuola ma ci ha la mano troppo tozza per tenere la penna con un minimo di disinvoltura: Gioannin carissimo, grazie per i tuoi fraterni graditi auguri… contracambio con sincero affetto e brindo alle tue fortune purtroppo con l’acqua Fiuggi. Ti prego ricordami alla tua famiglia ancora grazie. Nereo .

Non so di grafologia e ancor meno di acqua Fiuggi. Ma questo suo biglietto era un testamento e io l’ho recepito con dolorosa rabbia. Improvvisamente mi s’è stretto qualcosa nelle viscere, me n’è venuto un disagio che era quasi paura. Allora ho capito che Nereo era morto, e che del suo stesso male potrei morire anch’io, e ho la sfacciata onestà di ammettere che non sapevo se fosse più il dolore o la paura a farmi piangere. “Dobbiamo andarlo a trovare”, m’ha detto un amico. “Ma neanche!”, ho subito reagito in un ringhio. Siamo stati anni senza vederci per rispetto della nostra stessa professione. E quando voleva il caso che ci incontrassimo, dopo il primo impulso al solito fraterno e divertito abbraccio, avvertivamo l’imbarazzo degli amici veri, che la vita ha ormai diviso, ma tradirsi non possono e non vogliono per nessun motivo al mondo.

Però, immancabilmente, ci si metteva a bere con la meditata calma si chi a bere ha imparato non solo per gioia ma anche per condanna ereditaria. E fatalmente ci danneggiavamo l’un con l’altro non potendo mentire. Io raccontavo pari pari tutto quanto a sua volta raccontava. Al diavolo gli interessi, le convenienze, gli obblighi: qui siamo insieme e qui beviamo sentendoci fratelli. Poi, chi vivrà vedrà. Ma alla fine ci coglieva quasi il rimorso di tradirci e tradire. L’uno leggeva negli occhi dell’altro la sconvenienza, il rischio, il pentimento. Ciascuno rientrava berciando nel suo mondo. Brutto mona, co’ se vedemo, finisse sempre mal! Ecco, dicevo: accetterei di andarlo a trovare se potessimo bere come sempre. E lui nel testamento m’ha confidato di essere alla fine, di poter solo brindare con l’acqua Fiuggi. Se per disgrazia lo inducessi a trasgredire, la colpa sarebbe mia. Non voglio rimorsi di questo genere.

Ciao, Nereo, grazie di essermi stato amico, grazie di tante ore e giorni trascorsi insieme. Da oggi ti do per morto e ti piango senza mostrare a nessuno quel che sento. Purtroppo sei l’ennesimo amico che mi lascia. L’istinto bruto sarebbe di insultarti. Pensa cosa si direbbe di noi se lo facessimo: tu qui ridotto all’acqua minerale, io alle invettive del sempiterno goliardo invecchiato lavorando, e solo, ormai, con un fegato come il tuo (ma non è stato lui a tradirti, lo so bene: troppo facile ai filistei consolarsi di averci invidiati: eh, sfido, con quel che hanno bevuto!).

È che il mondo non sa distinguere fra chi beve “per scientiam” e chi per sete banale, o addirittura per vizio Noi eravamo fieri di non avere mai sete e spesso bevevamo per evitare il pericolo di averla. Che fastidiosa noia, dover bere per sete, che banale destino! Les hommes qui ne boivent pas ne sont pas bons. Ciò, Nereo, senti ‘sto vinellin. Aveva magari 14 gradi e Nereo fingeva di esserne atterrito. Poi parlavamo. E non c’era mai nube che ci potesse reggere, per cui tornavamo difilato in terra. E il senso pragmatico di Nereo non era mai affetto da cinismo. Ci sentivamo colmi di rimpianti asburgici, disarmati, o quasi, mit den Italienern. Noi tonti lombardi, voi gnocchi triestin. E un masochistico piacere di sentirci far fessi, però anche ringhiando puntuale disprezzo.

Ironia, sarcasmo, burbera tracotanza. Tasi ti, che ti sè tanto testa de mona che tuti i mesi te perdi sangue del naso! Battute pronte per ogni interlocutore. E il tipico pudore del figlio d’un borghese recessivo. Tanti puffi m’ha lassà me padre… Però te lo confessa senz’ombra di rancore. Scuote il capo, ne ride. Pensa ti che ‘l voleva sonassi ‘l piano. E ti sa il resultà? Che g’ho sonà il triangolo nella banda del Corpo d’Armata. Tutte le domeniche in piazza Unità a Trieste, naturalmente co’ no gh’era partida. Interventi ripetuti (ton tin tin) nell’Arlesiana…

Lezioni di piano, sissignori, e ragioneria con tanta poca voja. Per la Triestina delira Saba poeta, ma dovrebbe mè pare? Ti te zoghi ben e mi te dago ‘l premio. Così andavano le cose: che il premio al figliolo promettente zogador in Triestina lo dava ‘l scior Rock, il figlio d’un viennese scappato a Trieste per amore, drio a un’acrobata o ballerina da circo, pensa ti, e spagnola per soramercà: la mia nona. Lo vedo la primissima volta all’Arena, in un allenamento della nazionale (facciamo uno dei primi anni trenta): sinistri al volo da mortificare un gigante come lui triestin, mi pare Blason. La trionfante salute psicofisica dei giuliani non ancora afflitti da angoscia del domani. Mai dimenticati quei potentissimi tiri a volo di pieno collo, e neanche la rabbia di Blason, che pure acchiappa e raccoglie la palla con una sola delle sue manone.

Del giocatore Nereo Rock più nessuna notizia. In nazionale trova Gioânnin Ferrari e recede come suo padre, già stato ricco venditor de carne. Emigra al Sud e sorride – sempre – ricordando Napoli. Poi, la routine presso a casa, la guerra, l’ennesima liberazione d’Italia e di Trieste. Consigliere comunale con i piedoni tosti per terra. Una seconda famiglia: due bei figlioli che studiano. Il primo gioca anche a calcio: “ma ti no ti sè ‘bastanssa bravo e quindi ti te curi la bottega: nel calcio basto mi”.

Allena con sbalorditivo genio pragmatico. Gli italianuzzi si abbandonano a becera imitazione degli inglesi e lui vuole il metodo mantenendo due terzini centrali. Un giorno ritornerà in Italia, questo suo modulo prudenziale, e si chiamerà Riegel, verrou, catenaccio. Pensa che giri: ma è pur sempre un viennese, Rappan, a sentire e vedere come lui. A pensarci, vi è quasi da piangere, tanto siamo fessi.

Ma Nereo non ha ancora voce. E quando l’Inter gli prende Blason, secondo terzino d’area, lui smania nel vederlo comicamente sacrificato sull’ala. Brutte figure da vergognarsi: la “grosse Berthe” messa a guardia d’un alberello di ciliegio. Poi, qualcuno capisce di rimandarlo al suo posto e l’Inter vince non uno ma due campionati!

Nereo è ancora lontano dalla ribalta principale: invece pontifica Viani, un astuto Porthos senza pudori sociali di sorta: uno che vince a poker, la notte, i soldi per il viaggio domenicale della squadra. Anche Viani capisce che il WM è un lusso proibito, anzi masochistico per noi, e arretra il centravanti sul centravanti avversario. Diviene dunque libero lo stopper in seconda battuta: libero – dico io – da incombenze di marcatura. Tutto il mondo adotta e chiama libero il secondo terzino d’area: in Italia, terra di grandi ingegni, proibito.

Sulla nostra stessa barca sono un po’ tutti gli ex calciatori italiani passati alla tecnica (quelli che hanno studiato, non i muscolari, anche celebri ma fin troppo ignoranti). Dal castello di poppa, tonitruante, Nereo. Il suo pragmatismo sincero diventa taumaturgico. Rigenera vecchie rozze mal capite (come lo stesso Blason), lancia ragazzini veloci e coraggiosi, adatti al contropiede. Nasce allora, invocato, il calcio all’italiana e garantito che il suo più limpido interprete è Nereo. Senza falsa modestia, sono io il teorico. Lottiamo insieme a colpi di risultati e, nella metafora, di sessola e di remi. Le molte brutte figure della nazionale verrebbero subito evitate se i consoli osassero vestire il Padova di azzurro. Ma per ora il catenaccio è il diabbolo, pensa te: e nessuno capisce o vuol capire.

Finisce però che si commuovono anche gli Agnelli: sull’inclita panchina della Juventus, Nereo risparmierebbe alla nazionale dieci anni di umiliazioni cocenti. Niente. Il presidente del Padova teme il linciaggio se molla Rocco ai suoi stessi padroni (vende Fiat). Così Nereo deve attendere di approdare al Milan, dove comanda Viani: ed è un gran brutto vivere. Nereo non conosce astuzie dialettiche di sorta. È un tonto triestin: e quindi non riesce a mentire. Per mi, ‘l calcio xe questo e che no me conti bale! Per fortuna , i risultati fioccano a dispetto d’una cricca conservatrice o conformista o vile: Viani è malato e, invidioso, gli tira contro. Nereo vorrebbe andarsene. Guai al mondo! Rimane e porta il Milan allo scudetto. C’è anche Rivera piccolo, el bambin d’oro (che per il momento, poco correndo e pensando sul gioco, non molto gli piace).

La lotta al WM è già vinta dall’anno del torneo olimpico di Roma. Viani in serpa a tacitare gli scribi, lui in panchina e nello spogliatoio, dove si destreggia come chi sa bene cosa pensa e cosa fa un pedatore di professione. Grosse parole, mai, atteggiamenti furbi, nemmeno. Dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti I discorsi, dei quali puntualmente si serve per governare il timone. Sotto la doccia, il sudore acre dei poveri, le contumelie, le lodi, le reciproche accuse: e la partita interpretata a caldo. Poi con gli anziani, diciamo gli arimanni, si riflette e decide per il meglio.

Poco abile politico, è un grande in spogliatoio, non in sede. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Italienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un’altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un po’ ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso. Ma bello è poterlo sentire figlio, alzare la voce a proteggerlo, lui toro , manso tutto de fora, estroverso, goliardo invecchiato, e torvo solo per gioco, l’altro tutto introverso, compito, abatin. “Xe Rivera la nostra Stalingrado”, si lagna di me Nereo: e si capisce che non può seguirmi neppure quando ho ragione. Rivera è il solo dei suoi che pensi calcio in grande stile: al diavolo se al pensiero non s’accompagna sempre l’azione.

È il suo Prinz Eugen, talvolta addirittura il suo Allah: ed è per sincera amicizia che noi due cerchiamo di non danneggiarci a vicenda, di incontrarci il più raramente possibile: ma quando Franchino Carraro vorrebbe farla a pugni, in Messico, lui gli ingiunge di non sognarselo nemmeno: Gioani ze ‘n amigo: e onesto, salo?, onesto. Pensa che notizia, un bel round di pugilato con il futuro presidente del CONI! Ma per fortuna Nereo ha qualche anno più di noi e di Rivera, al quale dice: se ti te torni in Italia, te rovini. Gli altri anni – gli ultimi – sono di gloria, di fama così scontata da fare, al massimo, invidia. Il vecchio goliardo lotta con acidi urici, trigliceridi e colesterolo. Forse anche il morbus domini lo importuna: e la gotta.

La natia Trieste è diventata per lui un curioso esilio. L’azienda paterna rifiorisce per Bruno; L’altro figliolo è laureato e lavora in farmacia. La pacata ma energica sciora Maria lo assiste e perfino diverte con premure sempre meno fastidiose. In puro triestin mi ripete una saggia massima brianzola:”Ten bona la tô vegia / perchè al moment giust / la te laverà i mudant anca in de l’acqua fregia”. Così lo penso, povero Nereo, convinto di morire, perduto ormai per il calcio, che era la sua vita, il suo lavoro onesto, però non solo, però circondato dai suoi, che gli volevano bene.

Caro vecchio Nereo, se avessi pianto non avrei finito a tempo questo lavoro che l’amicizia, soltanto l’amicizia non mi rende gravoso né ingrato. Il magone mi è venuto quando ho letto la tua ultima lettera. Non è da noi piangere. La tua vita è stata buona. Al tuo ricordo, amico, brinderò come tante volte abbiamo fatto insieme. Addio Nereo, ti sia lieve la terra.