Il mondiale vittorioso di Spagna 1982 raccontato da 4 giornalisti famosi – una pagina folgorante di sport tramandata ai posteri da 4 superbi narratori senza tempo e senza età

Il terzo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri San Catenaccio in cima al Mondo

Io triumphe, avventurata Italia! Il terzo titolo di campione ti pone accanto al magno Brasile nella gerarchia del calcio mondiale. Hai strabiliato solo coloro che non te ne ritenevano degna, non certo coloro che sanno strologare a tempo e luogo sul mistero agonistico del calcio. La tua vittoria è limpida, pulita: non è neppure venuta dal caso, bensì da un’ applicazione soltanto logica (a posteriori!) del modulo che ti è proprio, e in tutto il mondo viene chiamato all’italiana. Eri partita misera outsider, fra lo scetticismo di tutti coloro che prendevano alla lettera i principi enunciati dal tuo bravissimo e un po’ fissato C.T.
Egli straparlava da anni di imporre il proprio gioco. Ha tentato di farlo e si è amaramente accorto di non averne. L’ha tentato con squadre che gioco non avevano a loro volta. Per la miseria d’un gol ha preceduto il Camerun evitando uno smacco insopportabile per la tua storia gravida di eventi e di allori. In questo primo turno abbiamo un po’ tutti ringhiato il nostro orgoglio deluso, la nostra inaccettabile mortificazione. Ma poche parole scambiate con il C.T. mi avevano convinto d’un sospetto fondato: egli predicava male con la riposta intenzione di razzolar bene. Il caso ha voluto che cadesse per il secondo turno nella fossa dei leoni sudamericani: con te,  misera Italia, la superba Argentina, il tracotante Brasile. E allora il Ct è stato gloriosamente costretto a smentirsi. Ha impostato partita difensiva con l’Argentina e l’ha battuta in breccia. Ha dato nuovo e inatteso lustro alla scuola italiana, da troppi mal giudicata (perché egli stesso, il Ct, contribuiva a smentirne il prestigio con affermazioni contrarie). Santo catenaccio ha gloriosamente attentato alle funzioni epatiche di Luis Cesar Menotti, che ci aveva accusato di passatismo cronico, di imperdonabile ritardo storico, pensa te il bischero della Plata!
Contro il Brasile, quasi la stessa musica. Anche il Brasile aveva battuto l’Argentina, però umiliandola secondo fantasie che molto avevano del rituale africano. Nessuno al mondo avrebbe osato sperare nel miracolo di un’altra vittoria italiana. E invece ha propiziato il nuovo miracolo l’ingenua galloria dei brasiliani, dimentichi d’un assioma fondamentale del gioco: il safety first (primo non prenderle) degli antichi maestri inglesi. Bastava ai brasiliani il pareggio per accedere alle semifinali: hanno dimenticato la difesa mandando anche i terzini a cercare la vittoria. Noi abbiamo fatto esattamente il contrario. Per giunta rifiorito Rossi sulla contorta e bassa siepe del nostro orto improvvisamente dilatato, e aperto ai miracoli.
I pavoni brasiliani non si sono accorti di Rossi, non l’hanno degnato d’un guardo. Ha segnato tre gol e ne ha sbagliato un quarto, il più facile, subendo per giunta un rigore. Di goleada avrebbero dovuto perdere i brasiliani. Sono stati risparmiati dalla fortuna, che i malevoli e i fessi consideravano fin troppo favorevoli a noi. Mi sono accorto a questo punto che capitare nel gruppo dei più forti era stata una bazza autentica. Non avendo gioco, l’Italia esaltava quello degli altri, se ne avevano: e certo non ne erano privi i più forti. Così abbiamo moltiplicato le doti tradizionali delle nostre difese. (…) Il Ct è onesto: chi gli ha mancato di rispetto al difuori della tecnica ha fatto molto male, ha offeso il buon senso e la logica, tanto rari fra gli italioti, che per contro asseriscono di sprecare l’intelligenza (ormai sono convinto che costituisca un’aggravante). (…)
Era un onore e un pericolo affrontare quei marcantoni che in certo modo erano subentrati all’Italia nell’egemonia del calcio europeo. Però si era detto chiaro (noi) che, se avessero osato assumere l’iniziativa del gioco, anche ai tedeschi sarebbe toccata la sorte dell’Argentina e del Brasile. I tedeschi avevano una paura fottuta nel primo tempo, durante il quale non hanno mai osato distendere i loro attacchi. L’Italia era priva di Antognoni. Questa apparente jattura ha incoraggiato il Ct a confermarsi difensivista con tanta felice paura da meritarsi oggi il titolo di difensivista ad honorem. Ha rinunciato a sostituire Antognoni in centrocampo ed ha infoltito la difesa. Il giovane Bergomi si è preso Rummenigge e l’ha letteralmente cancellato. Il magnifico Collovati ha ridotto Fischer al suo standard di mediocre (sul piano internazionale). Gentile Sala-ed-Din ha annichilito il vivace Litbarski e Tardelli ha controllato Breitner, Oriali Dremmler, Cabrini Kaltz, terzino d’ala distaccato a fare il mortaista dall’out. (…)
Il nostro Commissario Tecnico ha fatto ricorso senza falsi pudori al culto della difesa e Santo Catenaccio l’ha ripagato con la puntuale solerzia del taumaturgo di elezione. I tedeschi non hanno toccato terra. (…)Alla ripresa, ci siamo presentati convinti che la retrovia avrebbe tenuto. I tedeschi hanno assunto un forcing più fiducioso: hanno tentato un gioco esaltando puntualmente la dialettica del nostro contro-gioco (se cito padre Hegel, non abbiatevene a male). Per un guizzo fulmineo è rifiorito il genio di Rossi. Quanto conta, fratelli, avere uno che sa goleare! Una volta rotto il ghiaccio, si può anche segnare dopo cinque passaggi cinque in area tedesca.(…)
Il gol di Tardelli è quanto di più elegante sia stato visto da queste parti, voglio dire in una finale di campionato del mondo che toglie fantasia anche ai poeti e santità di propositi ai santi. (…) Annibale e Napoleone vengono celebrati come geni della guerra. Ci si è mai domandato perché? Che diamine: perché gli storici scrivono per i vincitori di quei geni inarrivabili. (…) E grazie a voi, beneamati brocchetti del mio tifo, beneamati fratelli miei in mutande. Avevo pur detto che Paolo Rossi in trionfo è tutti noi. Il terzo mondiale dell’Italia non si discute come non si discutono i miracoli veri. Adios, intanto, tia España, adios.

Gianni Brera, 13 luglio 1982

Enzo Bearzot alza la Coppa del Mondo 1982

Enzo Bearzot alza la Coppa del Mondo 1982

Enzo, perdona loro…

Caro Enzo, mi sono allontanato da tutto e da tutti, ho lasciato fuori, nelle avenidas madrilene infuocate, la gioia dei nostri connazionali, mi sono nascosto nel silenzio per indirizzarti queste poche righe che vogliono essere innanzitutto il mio grazie di cuore per la stupenda avventura che mi hai fatto vivere e insieme il seguito di tante parole, di tanti pensieri che ci siamo scambiati in altri tempi quando – dopo una breve intensa battaglia – diventammo amici.
Vedi Enzo, ci tengo a questo ricordo, a sottolineare quei giorni del ’76 in cui militavamo su sponde sportive diverse; ci tengo a rammentare quella notte di Budapest, prima del «Mundial» d’Argentina, in cui ci incontrammo da uomini, non da addetti ai lavori, e da uomini riuscimmo a spiegarci, a capirci eppoi a volerci bene.
Ci tengo a sottolineare quel «prima» perché odio poter essere creduto – magari solo per ignoranza o per banale associazione di fatti e persone – uno di quelli del «dopo». Ho il cuore gonfio di emozione, Enzo, perché in oltre vent’anni di professione una gioia così grande non l’avevo mai vissuta se non nei giorni dell’ira bolognese, nel lontano Sessantaquattro.

Ma cos’è l’amore per una città, per una squadra confrontato con quello che si può nutrire per l’Italia e per la sua Nazionale? Con te, quasi portato per mano dalla fede incrollabile che ti muoveva, ho messo piede nella Storia dello sport più bello; ho avuto momenti di abbandono, ma sempre mi bastava sentire la tua voce pacata, ascoltare le tue sempre più che logiche spiegazioni per ridare vigore alle mie convinzioni.

Sai, caro Enzo, che del calcio mi interessano più gli aspetti umani che non le vicende tecniche: è un mio limite, ma stavolta è stata la mia fortuna, perché non ho più avuto dubbi sulla capacità vincente della tua truppa felice dal momento in cui ho capito che stavi per portare in Spagna non solo dei calciatori, ma degli uomini, ai quali avevi innanzitutto insegnato a comportarsi onestamente, a volersi bene, a non dividersi in clan ma anzi a far muro – tutti insieme – contro tutti: gli avversari del campo e quelli di ogni giorno, i nemici leali e quelli infidi che andavano man mano stringendo d’assedio il Club Italia.

Ho sofferto con te, Enzo, e come te mi sono ribellato, quando tanti cialtroni han preso a coprirti d’insulti che nulla avevano a che vedere con la tua funzione di tecnico ma arrivavano dritti all’uomo, con una perfidia di cui oggi tanti dovrebbero vergognarsi. E invece, ora che vorrei dar libero sfogo all’iperbole, all’elogio sperticato, a tutte le parole più grandi e più belle destinate a rallegrare un amico e un’amicizia, sento dentro di me una rabbia sorda per le nuove offese che ti rivolgono coloro che, dopo averti tacciato di incapacità, d’incompetenza, di perditempo (anche questo hanno detto, lo ricordi? che lavoravi troppo poco per quel che guadagnavi!), di debolezza, di doppiezza, di soggezione al Palazzo, addirittura di avere smarrito il senno, oggi – con facce di bronzo degne di essere esposte come i guerrieri di Riace – ti esaltano, ti stringono la mano, ti paragonano ai Grandi d’Italia, s’inginocchiano servili ai tuoi piedi forse già sapendo di arrecarti un’ulteriore offesa, ma proprio per questo pregustando l’occasione di una rivincita non lontana.

Tutto questo avviene, caro Enzo, con la complicità inconscia di una folla meravigliosa che appena ha potuto vedere coi propri occhi e ragionare con la propria testa ha ritrovato l’antico amore per la Nazionale; tutto questo avviene nascondendo le vergogne dietro quella gente e dietro montagne di giornali, dietro tirature record che sembrano voler spazzare via con rabbia, per non farsi cogliere in castagna, le poche copie finite nelle collezioni, negli archivi, a testimonianza perenne di una indecorosa campagna montata contro di te fino al linciaggio.
Più di un amico mi ha chiesto, nella notte trionfale di Madrid, se finalmente avessi trovato un po’ di pace: certo, la vittoria dell’Italia ha sciolto dentro di me tanti nodi, ma l’ultimo – questo – lo voglio sciogliere con te e con i miei lettori. Non è rancore, è un servizio reso alla verità.

E adesso che mi sono sfogato, Enzo carissimo, cercherò di coinvolgerti in una iniziativa che non ha bisogno di inter-rogazioni al Parlamento, di carte bollate, di consigli federali, di tribunali ordinari o sportivi: la gioia di vincere, anzi di stravincere, l’abbiamo goduta sino in fondo; con la conquista del terzo titolo mondiale tu e i tuoi stupendi ragazzi – vicino ai quali oggi mi sento come un fratello maggiore che li guarda ammirato e desidererebbe solo accarezzarli, uno a uno, e dirgli grazie – avete procurato al calcio italiano una insolita stagione di gloria e di felicità che può diventare anche una necessaria occasione di perdono: io spero che Federico Sordillo, così mutato negli ultimi tempi, direi sconvolto dàlia gioia che gli avete procurato, colga al volo l’occasione per perdonare quei giocatori che hanno sbagliato e che, pentiti, chiedono di tornare nella grande famiglia del calcio; per parte mia – e con la tua approvazione – chiedo un’amnistia per tutti i giornalisti pentiti, celebri o scribacchini, feroci o punzecchianti, divertenti o insopportabili, letterati o analfabeti, modesti o vanagloriosi; chiedo che siano perdonati tutti quei criticonzi che, pur cercando di celarsi nei fiumi della retorica d’occasione o nelle celebrazioni di un successo che hanno subito, hanno già pagato nel momento in cui i loro lettori li hanno colti in flagrante mendacio o in ritirata, dopo la più clamorosa Caporetto della stampa sportiva italiana.

Solo così, con un ritorno alla serenità totale, con il rilancio di una opportunità di critica seria e competente, la Nazionale di Spagna avrà giovato totalmente al recupero del calcio italiano. So che mi capisci, caro Enzo, so che anche tu sei stanco di amarezze, di rabbia, di rivincite: dentro di te manterrai le tue convinzioni di uomo; fuori, per il pubblico, per i critici, potrai tornare il «vecio» di sempre, quello che accompagnava con un sorriso la più semplice o la più complicata delle spiegazioni, e che sempre sorridendo, ha cementato gli umori diversi, le diverse qualità di ventidue ragazzi che non formano più soltanto un Club ma la Famiglia Italia di papà Bearzot.

“…Ho il cuore gonfio di emozione, Enzo, perché in oltre vent’anni di professione una gioia così grande non l’avevo mai vissuta…”  – Enzo, perdona loro…

Italo Cucci, Luglio 1982 – Guerin Sportivo

Spagna 1982 - Bearzot portato in trionfo dai giocatori

Spagna 1982 – Bearzot portato in trionfo dai giocatori

La più bella del Mondo

Madrid. Abbiamo la squadra più bella del mondo. Vecchio tempio consacrato al dio calcio, il Santiago Bernabeu innalza la pattuglia azzurra, il suo ostinato e coraggioso condottiero, Enzo Bearzot, il suo figliolo perduto e ritrovato, Paolo Rossi, a vertici universali.
Era il primo campionato dell’era moderna, aperto a tutti i continenti, centoquattro nazionali al via, ventiquattro nella fase finale.
Da una base così massiccia, dimostrazione del significato cosmico che ha assunto il football, è uscito un nome solo, dopo spietata selezione. Nessun dubbio è lecito, neppure ai denigratori sistematici: quest’Italia non ha avuto favori né di sorteggio (il girone di Vigo si è rivelato, alla prova dei fatti, il più qualitativo, avendo espresso la prima e la terza classificata!), né dagli arbitri, né dalla formula.
Anzi proprio un gioco apparentemente infausto della sorte e del complicato meccanismo organizzativo, ha recapitato gli azzurri in un gruppo proibitivo, a livello di seconda fase: l’Argentina campione del mondo, il Brasile superfavorito e un solo posto a disposizione. Gli azzurri hanno battuto prima l’una e poi l’altra potenza sudamericana, hanno ritrovato in semifinale la Polonia e l’hanno schiantata, sono arrivati all’ultimo atto contro la formidabile Germania «europea», sicuramente artefice di un cammino meno faticoso.
E qui, contro i temutissimi panzer dalle infinite risorse atletiche, l’Italia è uscita imperiosamente alla distanza, umiliando i rivali sul piano della resistenza allo sforzo, della potenza fisica, del coraggio e della determinazione.

SPETTACOLO. Che spettacolo vedere il piccolo Conti inginocchiare il ferrigno Briegel, una montagna di muscoli bene allenati, una macchina da guerra costruita per travolgere tutto e tutti. Conti lo toreava beffardo, così come tutta l’Italia, un po’ alla volta, chiamava gli illustri avversari a caricare col sangue agli occhi per eluderli con suprema eleganza. Il secondo tempo di Madrid ha fatto un falò di luoghi comuni vieti e iniqui, ha brutalmente messo alla sbarra i critici qualunquisti e i tecnici boriosi, quelli che ci fornivano lezioni non richieste, ma sollecitamente recepite da scribacchini di scarsa fantasia. «L’Italia è indietro di cinquant’anni» – proclamava fiero Menotti: e se n’è tornato a casa con tre sconfitte in cinque partite, avendo battuto solo il povero El Salvador (con un rigore fantasma) e la suicida Ungheria, ma avendo beccato dal Belgio, da noi e dal Brasile. «Gli italiani sono la negazione del calcio» dettava ai nostri cronisti in estasi Jock Stein, il profeta della grande Scozia. E, al solito, non ha doppiato il primo turno.
Non è un caso che il più pronto a sottolineare (e a temere) il valore del calcio italiano sia risultato Tele Santana, lo sfortunato condottiero di un grandissimo Brasile. Quel Brasile che sarebbe stato sicuramente campione del mondo, se non avesse incontrato, in un assolato pomeriggio del Sarrià, l’Italia dei nostri sogni e il Paolo Rossi delle meraviglie.

QUANDO E COME. Ecco, se vogliamo un po’ d’ordine nei pensieri tumultuanti, possiamo cominciare da lì. L’Italia ha vinto il suo terzo titolo mondiale, il primo – ribadiamo – dell’era moderna, lunedì 5 luglio 1982, alle 18,45 (circa), quando Paolo Rossi ha infilato il suo terzo gol personale nella porta di Waldir Peres. Il Brasile aveva rimontato due volte, l’ultima grazie a una sensazionale prodezza di Paolo Roberto Falcao, a nostro avviso la stella più luminosa del Mundial 82. Il pareggio era sufficiente a Santana per approdare alle semifinali, ma si è mai visto il Brasile difendere passivamente una situazione favorevole? Sul Brasile che si scatenava fiutando goleada, l’agguato di Rossi scattò mortale. E scese la disperazione sulla «torcida» e decollarono i sogni proibiti in casa azzurra. Altre scadenze fondamentali ha avuto il trionfo italiano. Ma la pietra miliare fu posta quel giorno. Nessun altro degli avversari incontrati prima e dopo, né l’Argentina, né la Polonia, né la stessa Germania, erano lontanamente paragonabili, in linea tecnica, al Brasile. Averlo tolto direttamente di mezzo, in un affascinante testa-a-testa che poteva chiudersi con ancor più nitido risalto (vedi il 4-2 negato assurdamente ad Antognoni) è stato il maggior merito di una squadra, che pure di meriti ne ha collezionati tanti.

IMMAGINE. Ma in questo momento di estasi collettiva, in cui irresistibile appare l’assalto al carro dei vincitori, in cui i critici più astiosi di ieri sono diventati gli impudenti cantori di oggi, in questo momento è giusto sottolineare l’aspetto più edificante della vittoria.
Che non è stata solo la dimostrazione di una superiorità tecnica e atletica (sulla quale pure non è lecito dubitare): è stata l’affermazione di un’immagine di serietà, di costanza, di spirito di corpo e di sacrificio. Siamo stati sempre restii a confondere le vicende agonistiche con quelle del Paese, a identificare in una pattuglia di professionisti pagati (il giusto) per vincere o comunque per battersi degnamente, l’anima di una Nazione che ha tanti e più gravi problemi insoluti. Eppure, questa volta, l’Italia calcistica ha reso un grande servigio all’altra Italia: e se ne sono resi ben conto gli uomini politici più illuminati. L’Italia calcistica ha dato un grande esempio.
Squadre altrettanto e forse teoricamente più forti, hanno portato sul campo le loro beghe, le loro stizzose controversie, le loro lacerazioni interne.
Così si è dissolto il Belgio, in faide indecorose; così si è inaspettatamente rivelata l’URSS (ah, Blokhin…), così ha mancato l’ultimo sprint la Germania, litigando in campo, contestando apertamente (vero, Stielike?) le decisioni del tecnico.

SOLIDITA’. L’Italia è stata uno splendido monolite, l’esaltazione del tutti per uno e uno per tutti.
Che bello vedere i compagni affannarsi attorno a Cabrini per consolarlo di un errore che poteva risultare esiziale; che bello riscontrare la perfetta comunanza dei giocatori con Bearzot, al di fuori e al di sopra degli interessi di parte…
L’Italia, prima che campione del mondo di calcio, si è laureata campione del mondo di serietà e di comportamento, ci ha fatto inorgoglire e, insieme, pentire di certi atteggiamenti (anche se qui ognuno deve parlare per sé e assumersi le proprie personali responsabilità). Questa Italia, quando ha avvertito il pericolo degli influssi esterni, si è chiusa in se stessa, ha sbarrato le porte, ha opposto un dignitoso silenzio alle strumentalizzazioni.
Si è esposta alle critiche e alle feroci ironie, ben sapendo che soltanto i risultati avrebbero potuto salvarla. È stata una scelta, prima ancora che coraggiosa, rischiosa ma consapevole. Ora è facile parlare e unire il proprio ipocrita evviva al coro degli osanna. Ma chi invita a specchiarsi negli azzurri vittoriosi, dovrebbe avere anche l’onestà di rileggere le accuse che gli aveva rovesciato addosso, al momento in cui i ragazzi di Bearzot avevano scelto di cucirsi la bocca.

TECNICA E TATTICA. Non si diventa, comunque, campioni del mondo rifiutando le interviste (anche se la cosa può aiutare, come si è visto). Lo si diventa superando gli avversari sul piano fisico, tecnico e tattico. Bearzot è stato crocefisso per non aver voluto, accanto a sé, un preparatore atletico specializzato.
L’Italia ha chiuso il Mundial avendo in corpo il doppio di «birra» rispetto agli avversari. Contro Polonia e Germania, gli azzurri sono usciti imperiosamente alla distanza, stroncando i rivali sul fondo. E allora? lungi da noi la tentazione di respingere il progresso: ma in una competizione stressante come un mondiale a ventiquattro squadre si corre più con la convinzione, con la fiducia in se stessi, col ricorso ai famosi attributi, che con le tabelle del training moderno. Tattica.
Anche chi ha sempre sostenuto Bearzot, gli ha imputato una mancanza di fantasia, il ricorso sistematico allo stesso schema, possibilmente con gli stessi uomini. In Spagna, Enzo è stato una rivelazione (e ci fa piacere che sia entrato nel cuore della gente, uno striscione azzurro al Bernabeu proclamava: e Bearzot creò l’Italia).
Ha giocato con rigorose marcature a uomo contro l’Argentina. Ovvio, l’Argentina ha quattro-cinque campioni e molte mediocrità. Fermati gli uomini-chiave il gioco è fatto. Temevamo la ripetizione dello schema contro il Brasile, sarebbe stato un suicidio. Ed ecco l’idea geniale (sì, perché no?) della staffetta sulle fasce laterali, Oriali e Conti sulla destra, Cabrini e Graziani sulla sinistra, uno sbarramento mobile, a zona, per fermare l’attaccante esterno e insieme il terzino in avanzata. Con la variante di Gentile, fisso a uomo su Zico.
Infine, contro la Germania, il difensore in più, Bergomi, per tenere Cabrini ancora in zona e per rispondere senza traumi alla prevista mossa di Derwall di inserire un altro attaccante nella fase finale. Una mossa che aveva mandato in barca la Francia già vittoriosa, ma che contro l’Italia è naufragata miseramente. Dopo di che, ci toccherà sentire ancora Herrera blaterare davanti a compiacenti telecamere che Bearzot non è un allenatore di calcio, fra i sorrisetti degli astanti. Vecchio mago, ma quando ne azzeccherai una? Ci avevi dato per morti in Argentina, qui avevi vaticinato che non avremmo passato il primo turno (Camerun e Perù i suoi favoriti, complimenti) e siamo diventati campioni del mondo.
Preconizzaci altre disgrazie, per favore.

LA DIFFERENZA. E per finire, vogliamo anche dire chi ha fatto realmente la differenza fra l’Italia moscia di Vigo e l’Italia straripante di Barcellona e di Madrid? Vogliamo dire che, nel calcio moderno, nove volte su dieci vince chi ha un giocatore in attacco capace di cogliere al volo le occasioni e di metterle dentro con più facilità degli altri? Oh, Paolino, che rivincita. Appena uscito dall’ideale galera, eccoti campione del mondo e capocannoniere assoluto, davanti a gente che si chiama Rummenigge, Zico, Boniek. Dio, come deve essere bello tornare in sella senza dover ringraziare nessuno, anzi.
Sei gol nelle ultime tre partite, quelle che contano. «Pichichi» del Mundial, come dicono qui in Spagna, gli azzurri. Ma anche gli altri saranno d’accordo che Bearzot e Rossi hanno vinto un pochino di più.

Nel trionfo degli azzurri al «Mundial 82» (il primo dell’era moderna) si mescolano varie componenti: atletiche, tecniche e tattiche, ma soprattutto una virtù di comportamento che ci ha reso la squadra più ammirata

La più bella del Mondo

Adalberto Bortolotti, Luglio 1982 – Guerin Sportivo

Il sogno di una notte

TRICAMPIONI! Essendo un emotivo psicolabile, un viscerale impunito (e su questo forse dovrei eccepire, perché mi pare, anzi, di venir spesso punito a causa della mia visceralità proprio dalla fazione per cui tengo, la dico en passant, infatti mi pesa di non lamentarmi del Milan da un’eternità, un mese circa), ma essendo pure uno scribacchino, un imbrattacarte, un mangiapane a tradimento a mezzo stampa (e forse anche su questo dovrei eccepire, perché mi pare, anzi, di non mangiare spesso pane né tanto meno companatico a causa del mio frequente inclinare alle dimissioni per incompatibilità di testata altrui e di crapa mia), ho avuto in questo Mundial 1982 ogni occasione per smentirmi sinceramente e far splendidamente la peggiore figura del mondo. Inviato speciale in Spagna di un grande e glorioso quotidiano, ho oscillato agli inizi tra solidarietà per i giornalisti in lotta con i calciatori azzurri e solidarietà per i calciatori azzurri in lotta con i giornalisti. A un certo punto, ho capito che proprio per interpretare meglio la mia parte di inviato speciale, per essere veramente speciale, dovevo rinunciare a qualsiasi complicità professionale ed essere semplicemente, emotiva mente, psicolabilmente, visceralmente tifoso.

IL DIRETTORE del «Guerino», che non so perché si ostina a pubblicare queste mie insulse note di diario, mi ha gentilmente e malignamente definito «giornalista pentito» pazienza. Per fortuna, al contrario del Milan (che non ha ripagato affatto il mio tifo come, del resto, il Bologna non ha ripagato affatto il sostegno di Cucci sia pure «giornalista non pentito», ovvero giornalista che per tempo aveva visto lontano), la Nazionale mi ha dato gioie su gioie, e in più la consapevolezza di essere testimone, non tanto di memorabili partite, del resto, rivelate a tutti, anche ai più lontani dalla televisione, quanto della nascita di un gruppo d’italiani capaci di farsi rispettare oltre che dagli stranieri dagli stessi italiani. Questa è la cosa che mi ha più impressionato, commosso ed esaltato durante il mio soggiorno in Spagna.

SCRIVENDO o comunque parlando, forse neppure parlando o pensando in solitudine con se stessi, si è mai sicuri della sincerità assoluta. Io, però, non sono tra quelli che mistificano il passato prossimo o remoto, i militanti del revisionismo storico o cronachistico. Dunque, non sono in grado di dire che avevo capito tutto subito o quasi. Bearzot sostiene che la squadra italiana ha giocato già molto bene, gol esclusi, nella seconda parte di Italia-Camerun. Non mi sogno di mettere in dubbio quanto afferma il nostro commissario tecnico. Ma non mi sogno di affermare con il senno di poi che pure io me ne sono accorto allora. Se ricordo Italia-Camerun, e non solo il secondo tempo, ci metto anche il primo, continuo a rivederla come un’orribile partita, una delle più penose esibizioni della Nazionale dal 1910 (è vero, nel 1910 non c’ero ancora, non potrei garantire, e può darsi che Italia-Ungheria 1-6 di quel 26 maggio sia stata peggiore; posso garantire solo dal 1931, Italia-Scozia 3-0 del 20 maggio vista a Roma). Io, allora, non me ne sono accorto che la squadra italiana fosse già a punto per grandi imprese.

Ma a sperare ho tuttavia cominciato alla vigilia di Italia-Argentina, e non per mia sapienza tecnica, piuttosto per mio intuito umano, anzi (non posso mobilitarmi in nessun modo, dato che non mi marco «a zona» ma «a uomo») per mia solidarietà di cattivo carattere. Scusate se mi cito, ma lo stampato, e per di più lo stampato su «La Stampa» ovvero al cubo, è una valida prova a discarico come a carico: «Se si può giudicare dalla vigilia, Italia-Argentina dovrebbe essere una partita combattuta. I ragionieri, nel senso di giocatori del passato, italiani contro i futuristi, nel senso di giocatori dell’ avvenire, argentini è un tema di scontro abbastanza avvincente di per sé». Ma il tono dell’attesa si è andato alzando, è finito non perché si siano riconciliati, ma perché hanno preso a insultarsi vivacemente. Chiedo scusa, ma, con siderate le circostanze, preferisco le parolacce e gli inviti a compiere atti non del tutto edificanti…

OH, COME LA RICORDO bene, quella mattina. 28 giugno. Campo di allenamento a Gavà, nei pressi di Barcellona. Molti fotografi, giornalisti, radiocronisti e telecronisti italiani presenti per tempo ai margini, nell’ansia che una qualche incrinatura si apra nel fronte del mutismo azzurro. Entrano finalmente i calciatori in maglia verde. Gentile e Dossena, scherzosi, chiamano in campo il radiocronista Ezio Luzzi, croce degli ascoltatori di A di «Tutto il calcio minuto per minuto», perché, seguendo la B, ha l’abitudine di interrompere le radiocronache più altolocate di Enrico Ameri, di Sandro Ciotti, eccetera; con futilità cadette (dal prossimo campionato, caro direttore del «Guerino», che hai l’aria di benevolmente compatirmi tanto, le futilità cadette  riguardanti Bologna e Milan parranno anche a noi due superiori alle notizie concernenti la A). Gentile e Dossena fanno finta di parlare a Luzzi, di concedergli un’intervista, ma aprono e chiudono la bocca senza rumore, accigliandosi o illuminandosi in sorrisi senza motivo. Lo scherzo è capito da qualche giornalista, non da tutti, perché recentemente la tensione tra giornalisti e calciatori si è andata esasperando. Poi arriva Marco Tardelli e invita qualcun altro a venir fuori, adavanzare sul campo di allenamento. È prescritto che ogni bel gioco debba durar poco, e converrebbe concedere maggior credito ai proverbi che sono la saggezza dei popoli dissennati. Tardelli ha una sua brutta fama con i giornalisti, avendo già detto delle parole grosse durante una loro visita alla Casa Del Baron, lassù nella piovigginosa Galizia del primo capitolo azzurro in Spagna. Sarà perché è toscano, e i toscani sono naturalmente malelingue. Ma è toscano anche il giornalista Mario Sconcerti, e reagisce all’ironico invito. Botta e risposta in puro stile toscano. Tardelli si sfoga, Sconcerti pure. A un certo punto, Sconcerti propone a Tardelli addirittura di andare fuori campo a liquidare la questione. E Tardelli non si mostra alieno dal seguire l’idea. Ma comincia l’allenamento, e ci si preoccupa di far stringere almeno la mano prò forma ai due contendenti.

ME LA RICORDO BENE, quella mattina. Io sono toscano, e durante l’incidente non proprio di gioco al campo d’allenamento al Gavà, mi sono sentito molto tentato a intervenire. Per una parte e per l’altra. Nel senso di contro una parte e contro l’altra. L’importanza, l’essenzialità, l’utilità di quella scenata nel particolare che mi ha fatto pensare che forse tutto non era perduto. Che c’era capacità di reagire. Che c’era volontà di non rassegnarsi alla sconfitta pronosticata. E da allora ho continuato a vedere in Tardelli uno dei protagonisti, parolacce a parte, parolacce comprese, della riscossa. Nel caldo, recinto del Sarria, durante Italia-Argentina , è stato il primo lui a cercare la porta avversaria con un formidabile tiro da lontano. Poi ancora con un altro gran tiro. E poi, è stato proprio lui a segnare, su meravigliosa azione corale. E, quando non era immediatamente impegnato nel gioco, vociava ai compagni, li incitava, rimproverava, incoraggiava, mentre lo straordinario Gentile riduceva la boria e aumentava la confusione di Maradona, primadonna abituata a palcoscenici maggiormente riverenti e complici. Non mi è parso scandaloso che fossero soprattutto il primo marcatore di gol Tardelli e il primo marcatore a uomo Gentile i più entusiasti alla fine nell’alzare i pugni vittoriosi e minacciosi verso le tribune, dove eravamo anche noi, i giornalisti. Invece di indignarci avremmo dovuto essere orgogliosi di avere sia pure in minima dose provocato tanta aggressività. Un buon sparring-partner ha il diritto di menar vanto della durezza che il campione da lui allenato mostra al momento della verità. Ecco tutto, per quanto mi riguarda. Non per non essere sleale con i miei colleghi, con la mia categoria, semplicemente per riconoscere i miei limiti, da allora mi sono proclamato solo tifoso.

E A ITALIA-BRASILE è fiorito Paolo Rossi. Mi aveva detto, quando non vigeva ancora il silenzio tra la stampa e la Nazionale; «I piedi vanno bene, ma mi mancano due mesi di gioco. Mi sono allenato, certo, ma non è lo stesso. Mi mancano i due mesi di partite ufficiali, di partite vere. Cercherò di recuperare sul campo…». Ha anticipato i tempi, cominciando a sbaragliare avversari alla quinta partita ufficiale, senza aspettare oltre; tre gol al Brasile, due alla Polonia, uno solo alla Germania, ma quello che contava di più, quello che ha pareggiato per gli azzurri la sfiga di aver sprecato un rigore con Cabrini. Insomma, Bearzot l’ha avuta vinta con Rossi come l’ha avuta vinta con tutti gli altri, dall’intramontabile Zoff, che ha fatto le più belle parate della sua vita, all’indomabile Conti, che ha furoreggiato da brasiliano all’attacco ma ancor più ha reso in difesa, al tenace Oriali che ha combattuto oltre le sue forze, all’olimpico Scirea, gran difensore dell’«area de castigo», propria, ma anche fluidificante insidioso nell’«area de castigo» altrui. Al coraggioso Graziani, che s’è rotto due volte nel generoso tentativo di coprire contemporaneamente cinque ruoli d’attacco, al novizio Bergomi, entrato a far bravamente la sua parte con consapevolezza di veterano, eccetera.

Bearzot non ha sbagliato un nome, una marcatura, una mossa. Mi rendo conto che sto scrivendo fregnacce. Smetto, è la notte di un vero trionfo nazionale. In Italia, mi dicono, sta avvenendo qualcosa che rassomiglia a tutte le feste nazionali messe insieme, il 24 maggio, il 28 ottobre, il 25 luglio, il 25 aprile e così via, poi domani ci sveglieremo da questo sogno vero davanti a una realtà anzi un’irrealtà di merda. Non abbiamo un lira. Pazienza, facciamo durare questa notte. Non dovrebbe passare mai…

Oreste Del Buono, Luglio 1982 – Guerin Sportivo