Helenio Herrera Gavilán (Buenos Aires, 10 aprile 1910 – Venezia, 9 novembre 1997) è stato  un calciatore e allenatore di calcio argentino naturalizzato francese.

Da bambino emigrò con i genitori dall’Argentina al Marocco, dove giocò qualche anno nel Racing di Casablanca, dove venne naturalizzato francese. La sua carriera professionista da calciatore si svolse tutta in quel paese: dal 1932 al 1945 giocò in varie squadre francesi, come difensore. Con il Red Star vinse la Coppa di Francia nel 1942.

Iniziò, dopo una non certo brillante carriera da giocatore, ad allenare una piccola squadra di dilettanti.

Negli anni cinquanta Herrera trionfò in Spagna, vincendo quattro volte il campionato di calcio spagnolo, due con l’Atlético Madrid e due con il Barcellona. Con il club catalano conquistò anche una Copa del Generalísimo (ora Copa del Rey) e due Coppe delle Fiere (ora Europa League). Angelo Moratti, dopo una doppia sconfitta in Coppa delle Fiere con il Barcellona, se lo assicura a stagione ancora in corso. Così nel 1960 lascerà il Barcellona a seguito di forti polemiche provocate, tra l’altro, dai contrasti con la stella della squadra blau-grana Ladislao Kubala.

Così Herrera emigrò in Italia siglando un accordo con l’Inter con un ingaggio di 45 milioni a stagione (premi esclusi). Nelle sue otto stagioni come allenatore, l’Inter di Herrera vinse due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e tre scudetti. Estroso, estroverso, istrione, provocatorio, travolgente, si presentò a Milano tappezzando gli spogliatoi di cartelli memorabili: “Il vero calciatore non si arrende mai”, “Inter stella mondiale”, “Vincerete perché siete i più forti”,” Nella vita si deve avere l’ambizione di raggiungere il traguardo più alto possibile: il tuo traguardo è il titolo!”. “Non sono un ciarlatano”, dichiarò Herrera ad un giornalista. “Sono un uomo che è arrivato al successo soffrendo e penando. Il successo va a chi lo merita. Io lo merito. Ho il coraggio delle mie idee e non mi tiro mai indietro. Se i giocatori dell’Inter mi ascolteranno faremo insieme una lunghissima strada. Se non mi ascolteranno sarà peggio per loro”.

Parlava in stile lapidario; i suoi non erano discorsi, erano slogan. Raccontano che sulle prime i giocatori sembravano traumatizzati: uno se ne andava per un corridoio, Herrera lo raggiungeva da dietro: “Tu chi sei?”. E l’altro doveva di scatto rispondere “Sono il tal dei tali, dell’Inter, e l’Inter è la squadra che vincerà il campionato!”. Manicomio? Sta di fatto che creò un’atmosfera. Ai giornalisti che lo andavano a intervistare e gli chiedevano come avrebbe giocato questa Inter che egli stava preparando in “clamoroso segreto” (anche questo rientrava nel copione), rispondeva con quel suo sorriso un po’ mefistofelico: “Cada partida quiere su tactica” (Ogni partita richiede una tattica particolare).

Nella stagione 1968-1969, attratto da un contratto da 259 milioni, arriva alla Roma dove rimane per ben cinque anni. Il miglior piazzamento ottenuto con i giallorossi in campionato è il sesto posto del 1970-1971, ma riesce ad aggiudicarsi con la Roma la Coppa Italia, la Coppa Anglo-Italiana e fallisce solo a causa dell’estrazione a sorte con la monetina l’approdo in finale di Coppa delle Coppe.

Finita la seconda parentesi interista nel 1974, trascorse due anni di inattività per una vecchia squalifica. Nel marzo 1979 fu chiamato al Rimini Calcio, club di Serie B, dove rivestì formalmente il ruolo di consulente. Dopo neanche due mesi si trasferì in Spagna, chiamato da Josep Lluís Núñez alla guida del Barcellona. Con i blaugrana concluse la sua prestigiosa carriera qualificandosi per la Coppa UEFA nel 1980 e vincendo la Coppa del Re nel 1981.

Finito questo impegno in Spagna, Herrera decise di interrompere definitivamente la sua carriera di allenatore, dedicandosi, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, a commentare eventi sportivi in trasmissioni televisive molto popolari.

Helenio Herrera fu uno dei primi allenatori ad utilizzare la psicologia come strumento per motivare i giocatori e confondere gli avversari. Si racconta che, mentre era allenatore dell’Inter, riprese uno dei suoi giocatori per aver dichiarato alla stampa “Andiamo a giocare a Roma” anziché “Andiamo a vincere a Roma”. Incentivò il tifo, sollecitando gli appassionati ad essere il dodicesimo uomo partecipando attivamente durante la partita con bandiere e cori, invece di limitarsi ad essere silenziosi spettatori come si usava fino ad allora.

Parallelamente alla carriera di allenatore di club, Herrera fu selezionatore della Spagna dal 1959 al 1962 e dell’Italia dal 1966 al 1967 (in coppia con Ferruccio Valcareggi).

Herrera trascorse i suoi ultimi anni a Venezia, nel sestiere di Rialto, dove morì il 9 novembre del 1997 per arresto cardiaco. Tutt’oggi, Herrera riposa nell’isola del Cimitero di San Michele, sempre a Venezia.

 

Palmares:

Campionato di Spagna Vince la liga con l’Atletico Madrid nel 1949- 50 e nel 1950-51 e con il F.C. Barcelona nel 1958-1959 e 1959-1960;

Coppa delle Fiere con il F.C. Barcellona nel 1959-60;

Copa del Rey con il F.C. Barcellona nel 1959 e nel 1981;

Campionato d’Italia Scudetti con il F.C. Internazionale nel 1962-63, 1964-65, 1965-66 (finalista nello spareggio del 1963-64);

Coppa dei Campioni con il F.C. Internazionale nel I963- 1964 e I965-I966 (finalista nel 1966-1967);

Coppa Intercontinentale con il F.C. Internazionale nel 1964 e nel 1965;

Coppa Italia nel I969 con l’ A.S. Roma.

 

Rappresentative Nazionali: Helenio Herrera ha rivestito il ruolo di commissario tecnico di tre nazionali : Francia (1946-1948), Spagna (1959-1962), Italia (1966-67).

Helenio Herrera

Helenio Herrera

 

Brera racconta Herrera
L’ALCHIMISTA SENZA PATRIA (Repubblica  –  23 luglio 1989) di Gianni Brera

Il giornale mi ha fatto avere per tempo un elenco di personaggi dei quali vorrebbe riassunta la biografia. Vi figurano grandi alteti e grandi tecnici, fra i quali Helenio Herrera. Pensando a lui ho deciso di intitolare queste biografie Memorie d’ oltre stadio, che non c’ entrano con le bistecche e neppure con Chateaubriand. Scriverò di quei personaggi come consente l’esiguo spazio che mi è stato concesso, però con amore (o con odio, che è lo stesso). La prima scelta è caduta su Helenio Herrera, non perché mi sia particolarmente caro o discaro, ma perché mi sembra un personaggio la cui sorte è da considerarsi emblematica nella storia dello sport latino e italiano in particolare.
Ho soprannominato H. H. Accaccone e non Habla Habla, come fece Vittorio Pozzo, per distinguerlo da Heriberto Herrera, paraguagio, da me soprannominato Accacchino. Il futuro Accaccone è nato in un ospizio per immigrati nella città di Baires, capitale dell’Argentina. Chi dice nell’anno 1910, chi nel 1916, come egli medesimo sostiene. Suo padre, falegname, era chiamato Paco el Sevillano; sua madre si chiamava Maria Gavilan, così povera a sua volta che ancora bambina falsificò la data di nascita per poter andar a servire in casa di un inglese a Gibilterra. Paco e Maria non ebbero fortuna in Argentina e decisero di andare in Marocco a (prima) guerra mondiale finita. Helenito aveva tre anni. Il porto di Casablanca non offriva fondali sufficienti per l’attracco di navi transatlantiche. I mori andavano remando sottobordo e imbarcavano merci e passeggeri. Nel trasbordo, la grassa Maria Gavilan cadde in acqua e Paco el Sevillano implorò invano che gliela ripescassero. I mori, con molto cinismo, dissero che le acque erano infestate di pescicani e per rischiare tanto chiesero una somma che era pari a tutti i risparmi dell’infelice ma fedele Paco. Maria Gavilan venne portata a salvamento ma, non disponendo di altri quattrini, gli Herrera vennero costretti ad abitare le baracche dei profughi sulle dune prospicienti l’oceano.
Così crebbe Helenito e poiché aveva orgoglio ne fece una sorta di epos desperado. Quando commetteva una bricconata, subito la giustificava ricordando quei giorni di avvilente miseria: né trascurava di raccontare che il suo onestissimo padre, da buon cattolico spagnolo, gli aveva sì raccomandato di non mortificarsi a rubare, però quando fu il caso non stette a sottilizzare sul cibo che suo figlio aveva rubato per sfamare sé ed i famigliari. Sono stato a suo tempo biografo di Accaccone. Editò il mio libro Longanesi nella collana Chi è, alla quale so di aver contribuito per merito precipuo del personaggio. Me ne fu grato Giovanni Grazzini, che dirigeva la collana, non so Mario Monti, che allora possedeva e dirigeva la casa editrice.
Il mio futuro Accaccone fuggì dal Marocco a diciott’ anni, imbarcandosi su un veliero come sguattero. Da Bordeaux pervenne a Parigi e incominciò a raccontar balle sulle proprie virtù di calciatore. Era un robusto brocco, però volitivo. Viveva vendendo lucidi per i banchi da bar e castagnole da accendere in casa per eliminare la puzza. Non ebbe mai il coraggio di rubare come invece faceva un suo compagno di pensione. Andava sulle ballere di Pigalle e qui trovò una moglie che lo snobbava come usano le francesi con tutti i tapini considerati di razza inferiore. A questa francese, una sarta, fece fare cinque figli con cinica protervia. Intantoscoppiò la guerra. Helenio venne convocato per la nazionale militare e poi esonerato dal servizio per essere dipendente dalla Saint Gobin. Durante l’occupazione frequentò un corso serale per infermieri e poi un altro corso da allenatore di calcio, che lo vide primo agli esami finali. Gran Maestro del corso era il vecchio Gabriel Hanot, che era laureato in lettere e scriveva di calcio sull’Auto (prima che nascesse l’Equipe). Hanot era il gran maestro della pedata francese ed Helenio venne nominato C. T. della nazionale. Le cronache lo ricordano sconfitto senza aver capito perché (!) dagli azzurri 1948, e come tutti i coqs fieramente deciso a chiedere una rivincita che ristabilisse le giuste distanze entre les francais ed le droles macaronis. Era semplicemente avvenuto che, seguendo l’indole e il giovanil furore, i coqs si lanciassero all’arrembaggio: non desideravano altro gli azzurri, che li infilarono tre volte (a una). Helenio si ritrovò a spasso e decise di offrirsi alla Spagna, tanto arretrata da fargli pena. Gli spagnoli non poterono assumerlo subito e lo dirottarono in Portogallo, di dove rientrò per andare a Siviglia (aqui los muchachos taconeaban: ballavano il flamenco) e infine andò al Barcellona, dove impose il suo genio, quasi tutto fondato sull’intervall training dell’atletica, sulle droghe anche morali e sul ciarlatanesimo assunto in Francia, paese tanto più progredito della Spagna e di noi (come vedremo). Avversario unico e sempiterno del Barca era il Real Madrid, capeggiato da Di Stefano. Helenio ribatteva alla spocchia bonaerense di Don Alfredo Di Stefano rendendogli noto di aver giocato egli pure nel River Plate. Un giorno gli avrei osservato: Ma se ha lasciato Baires a tre anni?!…. Vero: ma parlare di River Plate giovava al mio prestigio. Come se tu rimproverassi a un figlio di svaligiare una banca e lui rispondesse: Però i soldi mi fanno comodo.
Helenio faceva faville a Barcellona. Quando chiesi di lui mi disse il collega Josè Mir: Helenio es un fanfarron. Senza dubbio lo era, ma cosciente, non certo involontario. La vita matrigna gli aveva insegnato tutto, fuorché a giocar bene la palla con i piedi. Venne il giorno che Angiolino Moratti, presidente dell’Inter, si stufò di perdere e decise di assumere un tecnico degno delle sue ambizioni. Ricordo che incaricò il candido Annibale Frossi di informarsi su Herrera. Frossi venne con noi al seguito della nazionale e andò a vedere un suo allenamento a Barcellona. Tornò la sera e mi disse con magnanimo distacco: Hai presente Rocco? Bene, è un tipo come lui. Io pensavo di Rocco che fosse un fenomeno. Frossi lo giudicava con la spocchia del laureato. Ciascuno di noi la prese come gli conveniva. Io concepii grande stima per Herrera: Frossi pensava forse che il tecnico più adatto all’Inter fosse lui. Herrera venne assunto per uno sproposito di lire. Moratti era davvero stufo di perdere e incominciò una politica nuova. Herrera si comportò in Italia come un accademico di Francia nel più modesto dei licei di provincia. Esibiva jattanza francese, cultura europea, ignoranza internazionale. Venne a trovarmi (Mr. Hanot m’ a dit que vous etes le seul ici a’ comprendre le football) ed io gli raccomandai, con ingenua supponenza, di adottare il catenaccio, formula difensiva dell’avvenire (si era nel 60-61). Herrera impettò come offeso e cantò le laudi del WM inglese. Poi se ne andò schifato dal mio ufficio al Giorno. Cinque giornate dopo, Moratti mi avvicinò a Padova, dove Rocco aveva puntualmente infilato l’Inter, e digrignando mi disse del mago: Domenica impiegherà il libero. Così avvenne. L’Inter si raccattò passabilmente. Herrera aveva tappezzato gli spogliatoi di massime mussoliniane facendo ridere mezzo mondo. Sul libero disse che era stato lui il primo, in Francia, a giocare con il beton, che significa in gergo catenaccio. Gli inviati francesi, con l’albagia che li distingue, incominciarono a parlare di école francaise. Nessuno di loro ebbe il coraggio di descrivere i riti ai quali si abbandonava Helenio nell’imminenza della partita. A me l’aveva rivelato un ungherese che non cito. Helenio chiamava tutti intorno a sé e con voce squillante, quasi minacciosa, chiedeva: Chi vince oggi?. Tutti dovevano rispondere Noi!. Un giorno quel mascalzone di Csibor scrollò le spalle e disse: Passate a chiederlo nell’altro spogliatoio. Helenio odiava i magiari, che ne sfottevano la malvagia rozzezza di tocco…
A Milano completò le pratiche psicologiche con misteriose operazioni orali (tirava in disparte i suoi prodi a uno a uno e gli ficcava in bocca il contenuto di una bustina che pareva piena di zucchero). Tacca la bala!, urlava Herrera durante gli allenamenti: aggredisci la palla. Era, come avrebbe detto di lui il buon vecchio Eskenazi di France Soir, un entraineur Dinamò. Oggi gli somiglia molto Righetto Sacchi del Milan, ma sono passati ormai trent’ anni: Sacchi è Aristotele appetto di Accaccone. Il quale comunque ha il merito di avere molto sveltito il ritmo dell’Inter e delle sue rivali, quindi del campionato. Moratti l’ha sempre pagato il triplo degli altri colleghi suoi ed ha incominciato a vincere scudetti dal 1963. I colleghi francesi seguitavano a spropositare di Ecole francaise ed io sghignazzavo pensando alle battaglie intraprese e vinte in compagnia di Rocco, Viani, Lerici, Foni, Frossi, Scopigno. Pensavo ad Allodi, il Talleyrand dell’Inter, che Herrera detestava perché sapeva bene dove finisse la tecnica e incominciasse il resto. La decadenza di Accaccone iniziò quando i suoi prodi vennero tosati alla stregua di tanti Sansoni. A Lisbona, nella finale di Coppa Campioni, avevano 10′ di autonomia psicofisica. Il povero Picchi mi disse in aereo: Cos’ ha mai fatto scrivere da Sofia che eravamo scoppiati! Per dimostrare il contrario, ci ha fatto lavorare il doppio: e adesso non ci reggiamo più. Pochi giorni dopo, Accaccone venne anche tradito a Mantova. La Juventus ebbe in dono lo scudetto ‘ 67 e spinse la propria disinvoltura ad acquistare Sarti, autore del gol. Moratti se ne andò dall’Inter e così Herrera, che non volle restare con Fraizzoli, inconcusso titano del piè di lista. La Roma gli offrì capitali senza ottenerne miracoli. In realtà, Accaccone aveva esaurito ogni riserva taumaturgica. A Roma incontrò la terza moglie, Fiora, e ne ebbe un figlio a nome Helio, che significa sole. Fosse nato nel ‘ 10, avrebbe 79 anni; se è nato, come credo, nel ‘ 16, ne ha 73. E’ ancora vivace di mente e valido di nerbo. Scrive di calcio su molti giornali in francese, spagnolo e italiano. Raccomanda giocatori di cui è entusiasta senza sperare di averne grossi guadagni. E’ un vecchio torero che muove la sua muleta secondo pases e veronicas da grande virtuoso. Per quanto mi riguarda. Sono convinto che ad ogni corrida gli tocchino di diritto coda, orecchie e musica.