Spesso, forse troppo, si parla di modulo all’italiana, configurando con questo termine, anzi facendolo coincidere con il “catenaccio”.
Per catenaccio, si intende uno stile difensivo portato alla massima protezione della propria porta.
In effetti il vero inventore di tale schema tattico fu il tecnico Rappan del Servette, squadra svizzera di Ginevra, il quale impostò la squadra ponendo una particolare attenzione alla fase difensiva. Rappan non condivide la diagonale, concetto introdotto con il “Sistema” e che evita ad un giocatore di finire in porta con un semplice dribbling quando attacca sugli esterni. La diagonale è necessaria nel momento in cui si gioca con la difesa in linea, come previsto dal “Sistema”, ma il tecnico del Servette ne ripudia l’applicazione perché considerata troppo complessa e inventa il libero.
Rappan decide di eliminare la difesa in linea introducendo un uomo in più in difesa con il compito di raddoppiare la marcatura; è la nascita del Verrou (chiusura) la cui evoluzione sarà il catenaccio italiano.
In Italia il catenaccio ebbe gloria negli anni ’60, lanciato da Gipo Viani da cui deriva il così detto Vianema, e fu esaltato dalle squadre italiane, in particolar modo da Nereo Rocco e dall’ Inter di Herrera.
Tutto il gioco partiva da una difesa di ferro, composta da specialisti del ruolo, calciatori in grado di rimanere incollati all’ avversario per tutta la partita attraverso la marcatura ad uomo, unica modalità in uso in quel periodo, per bloccare gli attaccanti avversari, in ogni zona del campo.
Il cambio tattico importante fu l’introduzione del così detto “libero” che stazionava alle spalle di tutta la linea difensiva pronto a “chiudere” in ultima battuta qualora i difensori fosse stati superati.
Chi applicava il “catenaccio” abbassava molto la difesa, quasi a comporre una costante diga di fronte al portiere. Gli attacchi partivano invece con giocatori velocissimi, in particolare modo dalle ali e con centrocampisti dotati di passo rapidissimo, in grado di ribaltare l’azione improvvisamente e servire la punta, sfruttando lo sbilanciamento avversario. Al momento del contropiede, così veniva chiamato, la difesa non “saliva” mai, ossia non seguiva l’avanzare del resto della squadra che, pertanto, rimaneva spaccata in due, perché in caso di riconquista del pallone da parte degli avversari, comunque la squadra non sarebbe risultata mai scoperta o sbilanciata.
Con questo modo di giocare si ottennero grandi successi in campo nazionale ed internazionale negli anni ’60 grazie a grandi interpreti, specializzati ognuno nelle sue mansioni. I difensori pensavano solo a difendere, i centrocampisti a lanciare, le ali a correre e crossare, le punte a fare goal. La variante che fece eccezione fu Giacinto Facchetti dell’ Inter che grazie ad una grande qualità tecnica, eleganza naturale e ottima scelta di tempo, era un terzino laterale che appoggiava l’ azione offensiva ed arrivava persino a concludere; dopo arrivarono i “liberi” che pensavano anche ad impostare e salire a centrocampo, quando la squadra era in possesso di palla , esempio fu Pierluigi Cera che in nazionale giocava da libero, mentre nella sua squadra di club, il Cagliari fungeva da regista arretrato.
Questa modifica nel ruolo del libero e del terzino sinistro fece proseliti in Italia e fino agli anni ’80 compresi il modo di difendersi classico italiano fu questa variante dell’ originario catenaccio, con questi due difensori che, in fase di possesso palla, diventavano giocatori che appoggiavano ed andavano persino a concludere l’azione offensiva. Antonio Cabrini e Gaetano Scirea furono i grandi eredi dei “pionieri” Facchetti e Cera.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI

La difesa, dunque. Nel catenaccio, era solitamente a quattro. C’era il libero, dietro, staccato, senza compiti di marcatura fissa. Rappresentava un’ulteriore linea difensiva: se saltava la prima, ci sarebbe stato sempre qualcuno pronto a coprire. Il più delle volte, ma non sempre, il libero spazzava via l’area, con dei gran calcioni alla palla. Gli altri difensori marcavano a uomo gli attaccanti avversari. Spesso anche il centrocampo marcava a uomo i centrocampisti opposti.
Le squadre schierate con il catenaccio non puntavano al possesso della palla. Si schieravano basse, affinché l’avversario tendesse ad allungarsi. Poi colpivano con il contrattacco. Era una ricerca di spazi, all’interno dei quali colpire. L’inferiorità numerica a centrocampo, vero rischio contro squadre schierate con moduli differenti, veniva ovviata tramite il lancio lungo. Altrimenti, tramite la spinta sulla fasce, con esterni in grado di saltare l’uomo.
La fase offensiva avveniva su linee verticali, meno rischiose rispetto ai passaggi su linee orizzontali. La velocità, di corsa e di esecuzione, era importante. Anche gli attaccanti comunque dovevano tornare a coprire. Ecco un altro modo per ovviare l’inferiorità nella zona centrale del campo.
Una delle caratteristiche fondamentali è stata la capacità di queste squadre di adattarsi all’avversario. Di studiarlo, di capirne le potenzialità ed i punti deboli, e poi di apportare le opportune modifiche alla propria formazione. L’opposto del fondamentalismo nel calcio, una lezione importante. Eccedendo in tal senso, però, c’era sempre il rischio di smarrire la propria identità, una fisionomia, e così la forza.

SCHIERAMENTO IN CAMPO

Il portiere baluardo della difesa, due marcatori forti di testa e con senso dell’anticipo, il terzino sinistro fluidificante e il libero con grandi capacità di prevedere lo sviluppo delle manovra avversaria. A centrocampo da mediano di rottura, quasi un difensore aggiunto. Poi un regista di grande talento, dotato di lancio lungo e preciso che detta i tempi e distribuisce palloni. Poi in avanti due ali che giocano come esterni, molto mobili. Al centro, arretrato, un trequartista che gioca e duetta con l’unica punta centrale con ottime doti realizzative.

vianema

 

Articolo a cura di maimau