Il primo modo di disporsi in campo, ufficialmente riconosciuto e esportato in tutto il mondo, è il METODO e nasce in Gran Bretagna. I maestri inglesi lo elaborarono secondo la loro concezione del Calcio e lo lasciarono pressoché invariato per ben 70 anni, fino cioè allo scoppio della seconda Guerra Mondiale. Nel resto del mondo, gli adattamenti apportati sono stati piuttosto contenuti vista l’alta considerazione che è stata riservata al football praticato nel Regno Unito, in quanto il migliore – se non l’unico – possibile. Questa tattica è stata dunque il punto di partenza, il primo sistema razionale di stare in campo, l’unico in grado di ottimizzare i compiti dei giocatori imponendo un’idea di collettivo.

Solo negli anni 30, alcune scuole prestigiose come quella danubiana e italiana in Europa e quella uruguagia in Sudamerica, hanno adeguato il regime tattico delle loro squadre alla natura dei propri giocatori, senza cambiare molto dal punto di vista dello schieramento in campo e del approccio mentale. Anzi, se vogliamo, ne hanno perfezionato i contenuti e l’efficacia. Di fatto, il METODO ha prodotto una serie di intuizioni ancora oggi irrinunciabili e facilmente identificabili.

Agli albori del calcio non vi era un vero e proprio schieramento tattico si passava da un incredibile 1-1-1-8 al più “prudente” 1-1-1-3-5. In pratica, al fischio d’inizio si assisteva ad un assalto all’arma bianca che coinvolgeva quasi tutti i giocatori, teso a conquistare la propria metà campo e a schiacciare l’avversario in difesa. L’unica strategia possibile era quella della preponderanza numerica e fisica. Tanto, prima o poi, il pallone sarebbe finito in rete. Il gioco delle prime squadre britanniche si fondava essenzialmente sul concetto di dribbling, ovvero sull’iniziativa individuale del singolo attaccante e sulla sua capacità di mantenere il possesso palla. Un criterio piuttosto elementare e inefficace, soggetto più al confronto fisico che a quello di squadra. Qui intervenne il contributo delle formazioni scozzesi che preferivano invece imporre un calcio basato sulla velocità e sulla precisione dei passaggi. Così facendo, stavano perfezionando una nuova sintassi calcistica tesa a migliorarne l’efficienza: l’orchestra si contrappone al solista. Ma per sviluppare questi meccanismi, occorreva arretrare alcuni giocatori impostando il gioco da dietro o al massimo dal centro. Ecco quindi combinarsi le caratteristiche di efficacia e spettacolarità, di specializzazione e competenza che hanno reso famosi i giocatori britannici. Il susseguirsi di tornei e sfide, hanno raffinato non solo la tecnica individuale ma anche la disposizione in campo, e il risultato fu un gioco meno frenetico e improvvisato. La ricerca di equilibri in campo e le strategie di accerchiamento hanno fatto il resto: i reparti si sono accorciati e meglio distribuiti, nuove regole comportamentali – sempre più rigide – sono state imposte ai calciatori. Quindi, o adottavi il METODO o subivi la supremazia tattica di chi lo praticava.

Il metodo

Il METODO classico viene detta dagli addetti ai lavori anche schema del “doppio W”, visto che gli estremi di queste 2 lettere corrispondono alla disposizione dei giocatori in campo.Facciamo alcune considerazioni tattiche per sottolinearne le caratteristiche.

Balza agli occhi e colpisce, l’enorme preponderanza numerica che viene data all’attacco, composto da ben 5 giocatori, rispetto alla difesa che dispone solo di 2 uomini più il portiere. Non esiste un’organizzazione compiuta del reparto difensivo e la marcatura è a zona basata cioè sul presidio dello spazio di competenza. Questo dipendeva dal fatto che era più facile da imparare e che la disparità numerica non consentiva alternative valide. L’unica arma veramente efficace per difendersi era l’utilizzo esasperato del fuorigioco (facilitato anche dalla marcatura a zona) che costringeva alla manovra offensiva avversaria di svilupparsi in una fascia di campo piuttosto ristretta. Quando però mancava l’abilità di adottare l’offside, era un disastro: i mediani, che avevano anche il compito di costruire, venivano tagliati fuori dalla superiorità numerica degli avversari e l’intera squadra soccombeva. Ecco perché le prime partite giocate tra formazioni organizzate e formazioni disposte casualmente si sono concluse con risultati impietosi.

Il METODO nella sua maturità, si poggia sul criterio evoluto di “attaccare ragionando”. La fase offensiva si sviluppava tramite meccanismi di aggiramento dell’avversario, utilizzando il gioco sulle corsie laterali e geometrie essenziali e verticali. In ogni squadra vi era un un leader che dettava i tempi (generalmente il mediano posto al centro o uno dei 5 attaccanti) e il possesso della palla si trasformava in una forma offensiva di accerchiamento e ricerca dei punti deboli dell’avversario. Anche le tecniche difensive si svilupparono elaborando meccanismi in grado di opporsi in maniera sempre più efficace: l’applicazione esasperata del fuorigioco rappresentò il loro punto di forza.

Nel 1925, fu necessario ripensare la regola introducendo il fuorigioco a due (un giocatore più il portiere) anziché a 3. Il gioco stava perdendo le sue caratteristiche originali di velocità e di verticalizzazione, con gli attaccanti che procedevano solo attraverso ripetuti passaggi laterali per non cadere nelle trappole difensive bene organizzate. La perdita di spettacolarità, causato da un tatticismo esasperato, costrinse l’abolizione della vecchia regola modificando di fatto la maniera di proteggere l’area di rigore e la disposizione in campo dei giocatori. Con la modifica della regola del fuorigioco cominciò il tramonto del METODO.

Austriaci e ungheresi furono comunque tra i primi a completare l’opera di organizzazione interna e riuscirono ad elaborare una grande scuola calcistica, detta appunto “danubiana”, con la quale si imposero per anni in tutta l’Europa. Il loro particolare modo di stare in campo, pur nel rispetto della tradizione inglese, non fu trasferito direttamente dai britannici in quanto all’epoca, il rigore politico dell’impero austro-ungarico non vedeva di buon occhio influenze da parte dei cittadini d’Oltre Manica. Furono i tedeschi e gli svizzeri a farlo, dopo averlo assorbito a loro volta. Ciò agevolò uno stile e una interpretazione di gioco più personalizzato e meno riconducibile a una pedissequa riproposizione degli schemi britannici.

La scuola danubiana basava la propria attenzione sulla supremazia tecnica del palleggio, con una chiara predisposizione verso il gioco offensivo. Anche qui venne esaltato il ruolo del centromediano, vero direttore d’orchestra e perno dell’elaborazione del gioco. L’influenza ungherese fu decisiva anche nell’evoluzione del Calcio in Italia. Durante gli anni venti, furono i tecnici e i giocatori danubiani a dare un’impronta definitiva ai club protagonisti del nostro campionato: basti citare Felsner (Bologna), Karoly e Hirzer (Juventus), Cargnelli (Torino), Weisz (Inter). Si può affermare che se la fondazione di molti club italiani ha un’origine inglese, la loro evoluzione tattica è stata ungherese o austriaca.

Il METODO più famoso adottato nel nostro Paese, fu quello proposto dall’Ambrosiana Inter durante il primo campionato a girone unico del 1929/30. Si trattava di un gioco assai manovrato, imperniato su stretti passaggi tra medio-centro, laterali e interni ma non disdegnava l’applicazione di variazioni come il lancio lungo verso gli attaccanti, sia sulla fascia che in profondità. Ideatore di questa formazione era Arpad Weisz. Piccolo inciso, Arpad Weisz, è uno dei due uomini che vedete sul mio avatar, consiglio tutti di leggere il libro sulla sua vita e sulla sua tragica morte. Arpad Weisz avanzò il geniale Bernardini dietro le punte per sfruttarne a pieno il talento, dopo poche partite, “Fuffo” chiese di tornare a fare il centromediano metodista, ruolo nel quale si sentiva più versato. Fu così che il mister fu costretto a lanciare in prima squadra un certo … Bepin Meazza.

Schieramento

Origine analoga a quello europeo, il calcio sudamericano crebbe prima di tutto in Argentina, poi in Uruguay e Brasile sempre per merito di ex giocatori britannici. L’Uruguay fu dominatore assoluto del calcio mondiale tra il 1924 e il 1930 vincendo 2 competizioni olimpiche e il primo Campionato del Mondo disputato a Montevideo grazie al talento di Josè Leandro Andrade, giocatore di colore di una squadra che faceva della concretezza e del contropiede le sue armi migliori. Questi calciatori erano combattenti nati, dotati di grande carattere, insuperabili nell’agonismo e in grado di domare anche formazioni più dotate tecnicamente come quella italiana, argentina e austriaca.

 

Si ringrazia il nostro utente maimau per l’articolo