Il Milan di Ancelotti: il 4-4-2 a rombo

Il Milan di Carlo Ancelotti è stata una delle più belle realtà calcistiche degli anni 2000 non solo per i notevoli risultati conseguiti ma anche per il modulo utilizzato, l’approccio tattico e l’ottimo gioco espresso. Inoltre sarà anche ricordato come un team che ha annoverato in questo periodo molti tra i migliori giocatori del decennio appena trascorso come Paolo Maldini, Costacurta, Cafu, Nesta, Pirlo, Seedorf, Gattuso, Kakà, Rui Costa, Ronaldinho, Shevchenko, Inzaghi, Crespo, Pato. Ma sicuramente, partendo dal 4-4-2 a rombo per arrivare al 4-3-2-1 definito ‘albero di natale’, una delle caratteristiche fondamentali del gioco di Ancelotti sarà il ritorno del regista ‘basso’, figura per lungo tempo dimenticata. Per interpretare tale ruolo infatti Ancelotti ha avuto a disposizione Pirlo, che nasce come trequartista ma che verrà provato nel ruolo di regista da Mazzone per diventare poi con Ancelotti uno dei migliori centrocampisti a livello mondiale.

Il centrocampo a rombo ed il sistema di gioco

Ancelotti schierava un 4-3-1-2 con la difesa a zona ed i terzini leggermente più alti per essere sempre pronti agli inserimenti, un centrocampo a rombo e due punte. Il centrocampo era il vero punto di forza della squadra, con Pirlo vertice basso che dettava i ritmi del gioco ed era sempre pronto a lanciare con passaggi millimetrici i compagni in attacco, Seedorf a sinistra palleggiatore sopraffino e Gattuso a destra come centrocampista di quantità mentre come trequartista agivano prima Rui Costa e poi Kakà. La prima cosa che balza all’occhio è che il centrocampo era pieno di giocatori creativi e tecnici, il che permise sempre un’ottima varietà di gioco, sia dal punto di vista del possesso palla che delle improvvise verticalizzazioni. I due terzini assicuravano invece l’ampiezza di gioco con i loro continui inserimenti sulle fasce. Non avendo il Milan un centravanti ‘fisico’ ed abile nel gioco aereo Ancelotti aveva impostato la manovra cercando di esaltare le qualità di smarcamento e profondità di Inzaghi e Shevchenko.

Occorreva quindi un meccanismo di gioco che si dispiegasse in lungo ed in largo a seconda delle situazioni tattiche in cui ci si trovava.Quando si aveva campo aperto e la squadra avversaria era sbilanciata, occorreva subito verticalizzare il gioco a favore delle punte che si muovevano in profondità e dei mediani in inserimento; quando invece la squadra avversaria era già riuscita a chiudere gli spazi nella sua metà campo diventava necessario aggirarla sulle fasce.

Kakà (Rui Costa) assicurava fantasia ed imprevedibilità alla manovra per via degli smarcamenti tra le linee difensive; Gattuso dava compattezza ed equilibrio al reparto coprendo quando la squadra era in fase offensiva ed andando sempre in raddoppio in fase difensiva; Seedorf a sinistra assicurava inserimenti continui e capacità di suggeritore per le punte e Pirlo orchestrava la manovra con precisione ed intelligenza. In generale si può dire che in entrambe le fasi era un Milan ordinato e compatto, che faceva del ritmo e dell’intensità uno dei principali punti di forza, oltre ovviamente alla grande proprietà di palleggio ed ad un costante atteggiamento propositivo.

Schema tattico del Milan di Ancelotti

Schema tattico del Milan di Ancelotti

Fase difensiva

In fase difensiva il modulo poteva essere modificato facilmente in un 4-4-2, attraverso l’integrazione del trequartista nella linea mediana, al fianco del centromediano. Quindi era un sistema di gioco che permetteva stabilità, compattezza, ordine ed aggressività anche in fase difensiva. Ancelotti, quando la squadra doveva difendere, chiedeva in genere un pressing aggressivo che partiva cinque-dieci metri al di là della linea di metà campo. Le punte invece andavano in pressing raramente, limitandosi invece ad accorciare verso il centrocampo. E’ soprattutto quando l’avversario manovrava sulle fasce che la linea di inizio pressing del Milan si alzava. L’intera squadra, che difendeva a zona, doveva rimanere corta e stretta, con la difesa allineata e vicino alla linea mediana e col trequartista che si integrava nella linea del centrocampo. Il regista avversario veniva preso in carico, se necessario, dal trequartista o da una delle due punte. Inoltre la retroguardia rossonera non applicava quasi mai ossessivamente il fuorigioco, limitandosi ad eseguire l’elastico difensivo.

Fase offensiva

Il Milan attuava uno stile di gioco offensivo e propositivo. In fase d’attacco cercava quando possibile il possesso palla oppure la ripartenza immediata. La costruzione del gioco era comunque sempre abbastanza precisa con la partecipazione attiva di un alto numero di giocatori e con una circolazione della palla che sfruttava sia l’ampiezza che la profondità. Alla fase offensiva del Milan di solito partecipavano attivamente 7 giocatori: le due punte, il trequartista, 2 mediani e i due terzini. I rossoneri cercavano di schiacciare gli avversari nella loro metà campo e di tenere il possesso palla, salvo applicare subito la ripartenza nel caso gli avversari fossero sbilanciati.

Il gioco offensivo del Milan si sviluppava in base ai movimenti delle due punte, che a seconda della situazione tattica degli avversari attuavano schemi diversi. Se gli spazi erano già chiusi dagli avversari una punta si proponeva, tramite un movimento a rientrare, per l’uno-due mentre l’altra scattava in profondità. Altro movimento, nel caso di cattivo posizionamento della difesa, avveniva con dei tagli in profondità portati simultaneamente dai due attaccanti. Altra opzione era quella di svariare in contemporanea verso le fasce, per creare spazi per gli inserimenti dei centrocampisti, per poi rientrare verso il centro del campo.

I centrocampisti, per le loro diverse capacità atletiche, tattiche e tecniche, erano in grado di offrire dinamismo e varietà di gioco. Pirlo, senza eccellere nel dinamismo, dettava i ritmi di gioco da posizione leggermente arretrata e centrale, proponendosi sempre per lo scarico sia ai difensori che agli altri centrocampisti. Presa palla era lui a decidere come doveva svolgersi l’azione, ossia se aprire il gioco sulle fasce o verticalizzare per le punte o far girare palla a centrocampo aspettando gli inserimenti per poi piazzare un filtrante velenoso dentro l’area.

A destra c’era una catena formata da Gattuso e Cafù, che con movimenti combinati si proponevano entrambi per sovrapposizioni ed inserimenti. Gattuso, partendo dal centro-destra, doveva collaborare con Cafù, creandogli spazio sulla fascia e dando vita con lui a combinazioni e sovrapposizioni. Dalla parte opposta del campo, Seedorf cercava continuamente di proporre movimenti ed azione diversi, sia come appoggio alle avanzate del terzino sinistro che come suggeritore; alla fine però il movimento più frequente divenne quello di inserimento, sia in area che sulla fascia sinistra. Il trequartista spaziava per tutto il fronte offensivo cercando continuamente con i movimenti tra le linee avversarie di portare fuori posizione i difensori avversari. L’interpretazione di Rui Costa era però più votata al passaggio ed allo smistamento della palla mentre Kakà, con la sua accelerazione, diventava spesso a tutti gli effetti un terzo attaccante.

Come già detto la larghezza di gioco arrivava dalle incursioni dei terzini, principalmente Cafù sulla destra, sia tramite scarico palla da Gattuso, sia avanzando ulteriormente per dialogare direttamente col trequartista o con una delle due punte per poi arrivare sul fondo e crossare. Sulla sinistra invece l’altro terzino si proponeva solo quando non era Seedorf a svariare sulla stessa fascia, agendo in quel caso solo come supporto.

Risultati

I traguardi raggiunti dal Milan di Ancelotti sono stati notevoli: 1 Coppa Italia, 1 Campionato Italiano, 1 Supercoppa Italiana, 2 Champions League, 2 Supercoppe Uefa ed 1 coppa del mondo per club. Grande merito di un allenatore che ha saputo gestire al meglio un grande gruppo.