Nel 1965, Michels studiò a tavolino un modulo per contrapporsi al catenaccio e il suo laboratorio furono l’Ajax prima e la nazionale olandese poi. Anche qui il calcio totale funzionava solo in Olanda o con il suo inventore in panchina. L’idea andava comunque sfruttata, seppure arrangiandola alle caratteristiche degli altri giocatori: nascono in questo modo la ZONA PURA (versione più estrema) e la ZONA MISTA (più flessibile). Il cerchio si chiude qui.
IL CALCIO TOTALE
Rinus Michels è stato l’inventore del calcio totale. Scomparso nel 2005, il “generale”, come era soprannominato, stabilì che i giocatori della sua squadra dovevano diventare il più possibile universali, capaci cioè di ricoprire vari ruoli. Da questo presupposto, i difensori tornavano a marcare a zona sfruttando al massimo la tattica del fuorigioco; i centrocampisti e gli attaccanti pressavano a tutto campo i portatori di palla avversari; ogni calciatore doveva saper attaccare e difendere la sua zona di competenza. La disposizione in campo che predilesse fu il 4-3-3.
La nuova filosofia di copertura degli spazi si sostituisce al concetto di contrapposizione individuale, tipico del catenaccio.
Michels ha vinto con l’Ajax 4 campionati dal 1966 al 1970 e 3 coppe d’Olanda; poi ha conquistato una finale di Coppa Campioni nel 1969 battuto severamente dal Milan “catenacciaro” di Rocco e Rivera 4 a 1. Tuttavia l’anno successivo ci riuscirono i rivali storici del Feyenoord, sconfiggendo 2 a 1 il Celtic applicando il medesimo modulo e finalmente toccò all’Ajax alle spese del Panathinaikos 2 a 0 (1971). Dopo di lui, l’Ajax ha vinto in rapida successione altre 2 Coppe dei Campioni. Insomma, negli anni ’70, le squadre di club olandesi oltre a offrire spettacolo si sono imposte anche in Europa.
Più difficile è stato raggiungere risultati analoghi a livello di nazionale. Nel Campionato del Mondo del 1974 in Germania, Michels, passato alla guida degli orange, massacrò l’Argentina (4-0) e il Brasile (2-0) ma fu fermato dai padroni di casa in finale per 2 a 1. Il tecnico, deluso, lasciò la nazionale per esportare in Spagna il suo modulo, attirato dai soldi che gli offriva il Barcellona. Chiamò con sè due tra i migliori esponenti del suo calcio, l’immenso Cruijff, vincitore dei Palloni d’Oro del 1971, 1973 e 1974 e il concreto Neeskens riuscendo immediatamente a strappare lo scudetto al Real Madrid.

Olanda-1974

Occasione della sua rivincita internazionale sono stati i successivi Campionati del Mondo in Argentina, 4 anni dopo: l’Olanda conquistò nuovamente la finale ma cedette anche in questa occasione ai padroni di casa. Alla fine degli anni 80, dopo una fase di offuscamento, il generale fu nuovamente chiamato a guidare la panchina della nazionale per gli europei tedeschi: sarà la nuova generazione del calcio olandese, quella dei vari Van Basten, Gullit e Rijkaard a consegnargli la Coppa prestigiosa. Si vendicò dei padroni di casa battendoli in semifinale e abbatté in finale i temibili russi guidati dal portiere Dasaev e dall’attaccante Belanov.
Il calcio totale era tornato più forte di prima.
Nel 1999, la Fifa ha eletto Michels allenatore del secolo e, nel 2002, la UEFA gli ha concesso l’Ordine di Merito per “il contributo alla crescita e alla storia del calcio”.
Cerchiamo di comprendere la filosofia e i punti di forza del CALCIO TOTALE.
Per contrastare le formazioni avversarie che si chiudono a riccio, occorre cercare di aprirle facendo circolare la palla per vie orizzontali. Il concetto di zona del campo da ricoprire si sostituisce a quello di giocatore. Chiunque può occupare una posizione, basta che sia in possesso di un discreto bagaglio tecnico: verrà supportato dai compagni di squadra grazie alle sovrapposizioni e al loro movimento senza palla. Questo principio riesce a mettere in un certo imbarazzo l’atteggiamento prettamente difensivista e bloccato nella marcatura a uomo.
L’uso del pressing sul portatore di palla avversario lo manda in confusione e interrompe l’azione sul nascere, accorcia di fatto il campo e aumenta la difficoltà di impostare razionalmente il gioco.
Il fuorigioco, esasperato nell’utilizzo, disorienta gli attaccanti avversari. Si ricorderanno le famose “aggressioni” di 5 o 6 olandesi che scattavano contemporaneamente in avanti contro il portatore di palla sulla trequarti di campo. Tra l’altro, la difesa a zona porta con sé numerosi vantaggi perché è rapida da imparare, evita il confronto tecnico tra difensori e attaccanti, non scopre mai l’area di rigore a seguito del continuo movimento delle punte avversarie e facilita l’applicazione corretta della diagonale difensiva. E’ chiaro che anche il portiere deve modificare il suo atteggiamento trasformandosi in un ulteriore giocatore, imparando a dominare la sua area di rigore con uscite sicure e a gestire il pallone con l’uso dei piedi e non solo delle mani.
Il CALCIO TOTALE implica però meccanismi mentali non spontanei. La palla corre più veloce del giocatore e quindi la sua velocità di pensiero deve essere focalizzata nella circolazione e nella interdizione della sfera. Inoltre necessita di condizioni atletiche assolutamente particolari. Non bastano solo forza fisica, capacità, abilità tecnica, occorrono anche notevoli doti di aerobica e anaerobica, capacità cardio-respiratoria e coordinazione psicomotoria. Ad esempio, in Messico la zona è un modulo poco presente, a causa dei limiti di aerazione che comporta l’alta quota.
E’ anche per questo motivo che troviamo poche riproposizione pratiche. Poche ma famose. Oltre al calcio olandese, ricordo la Dinamo Kiev del “colonnello” Valerij Lobanovskij che vinse 2 Coppe delle Coppe (1975 e 1986) con 2 differenti generazioni di calciatori: quella del Pallone d’Oro Blokhin (1975) – e quella di Belanov, anche lui Pallone d’Oro nel 1986.E poi il Belgio di Guy Thys, finalista Europeo nel 1980 (perse 2 a 1 con la Germania) e semifinalista nella Coppa del Mondo del 1986; era il Belgio di Pfaff, Scifo e Ceulemans.
Le differenze climatiche presenti nei continenti sudamericano e sud-europeo hanno finito per imporre alcune limitazioni e revisioni al modello originario.

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IL MODULO A ZONA In teoria, questa tattica non è limitata ad un solo reparto, quello difensivo, ma a un modulo collettivo. Per questo si dice abitualmente “giocare a zona”.
In effetti, il campo viene diviso in porzioni o settori e vengono individuati i giocatori preposti a presidiarlo. Anziché seguire l’attaccante, occorre difendere la sezione del terreno di gioco assegnata. La somma di questi comportamenti singoli costituisce un insieme e inibisce il gioco offensivo avversario. Addirittura, ci sono tecnici che difendono a zona anche nei calci piazzati, in quanto ognuno deve sapere esattamente come comportarsi, indipendentemente da chi gli sta a tiro. Questo concetto, nell’Italia profondamente legata ai principi del catenaccio, ha rappresentato una rivoluzione copernicana.
Ecco i pregi sintetizzati da Sacchi, grande sostenitore di questa filosofia:” Praticare la zona significa conquistare spazi e non concederne agli avversari. Sbaglia chi pensa che con la zona non si pratichi marcatura: è vero l’opposto. Il pressing è indispensabile, la tattica del fuorigioco è una conseguenza. Quando si attacca l’avversario in possesso di palla e tutta la squadra si porta avanti, è naturale che si mettano in posizione irregolare gli attaccanti opposti.”
A livello internazionale, il Brasile ha sempre giocato a zona facendo premio sulla superiorità tecnica dei propri giocatori capaci davvero di essere difensori, rifinitori e attaccanti con la medesima efficacia. Il ritmo, condizionato dalle alte temperature, è sempre stato piuttosto basso e la palla viene fatta circolare tutta di prima, con una serie di fraseggi laterali. Sono il dribbling, l’azione di potenza, il virtuosismo individuale a rompere l’equilibrio. Cito solo un esempio, di per sé esplicativo. Una delle rappresentative verde-oro più famose e spettacolari di sempre, il Brasile 1970, giocava schierando contemporaneamente 5 mezze punte (Clodoaldo, Gerson, Rivelino, Tostao e Pelè) e un’ala pura (Jairzinho). Eppure, in campo nessuno se ne è accorto: tutti gli spazi erano regolarmente coperti e nessuno invadeva le competenze altrui.
L’Europa ha accolto la ZONA sulla base dell’esperienza olandese, adattandola alle prerogative dei propri giocatori. In Italia, questo modulo ha preso piede negli anni 80. Il Napoli del 1974/75 guidato dal tecnico brasiliano Vinicio fu un antesignano, mentre la Roma di Liedholm e Falcao Campione d’Italia nel 1982/83 e soprattutto il Milan di Sacchi dal 1987 al 1991 sono state – senza dubbio – le espressioni più efficaci. Alla diffusione del modulo hanno contribuito, oltre che l’imitazione del calcio estero anche l’arrivo in Italia dei migliori stranieri in circolazione. In aggiunta a ciò, l’esperienza zonista si è sviluppata anche nelle categorie inferiori grazie a una pluralità di tecnici affascinati dalla nuova filosofia. Mi riferisco soprattutto a Zeman che portò il Licata in serie B e il Foggia in A (tra il 1992 e il 94), poi a Galeone (Pescara), Catuzzi (Bari), Orrico (Lucca), Maifredi (Bologna e Juventus), Perani (Bologna), Scoglio (Messina e Genoa), Sonzogni e Delio Rossi (Salernitana). Oggi è più raro vedere formazioni italiane praticare la ZONA PURA, in quanto da noi ha preso piede un approccio più morbido, la ZONA MISTA, della quale ci occuperemo più in là.
Attualmente però la ZONA PURA viene utilizzata soprattutto dal calcio africano. In particolare quello dell’Africa Centrale. Velocità, preponderanza fisica, predisposizione al sacrificio hanno consentito a vari tecnici europei (soprattutto francesi e russi) di plasmare il calcio in questi Paesi, riuscendo ad ottenere risultati clamorosi. Del resto, l’ampia offerta di ragazzi che intravedono in questo sport migliori condizioni di vita, anche all’estero, e l’entusiasmo che hanno portato i recenti successi ottenuti nelle competizioni internazionali, hanno reso questo Continente un’alternativa ai tradizionali blocchi dell’Europa e del Sudamerica. Non possiamo nascondere il riguardo che meritano oggi le rappresentative del Camerun, Nigeria, Costa d’Avorio, Ghana, Senegal molto più che semplici comprimarie.

4-4-2 vs 4-3-3