Il catenaccio: una storia tutta italiana (o quasi)

Volente o nolente, piaccia o non piaccia, il catenaccio è stato uno dei moduli di gioco che hanno fatto la storia del calcio e, nonostante le origini, ha avuto come massimi interpreti allenatori e squadre italiane. Ma da dove arrivava ed in cosa consisteva il tanto vituperato ‘catenaccio’, simbolo per tanti anni del calcio italico e spesso accostato ad un gioco meramente difensivo e di rottura?

Origini

Nonostante il nome italiano, questo modulo di gioco è stato inventato nel 1932 dal tecnico austriaco del Servette Karl Rappan, che, alle prese con una squadra dal valore tecnico tutto sommato modesto, decise di provare un sistema che evitasse debacle clamorose e compensasse le lacune tecniche dei giocatori. Allora il modulo più in voga era il cosiddetto ‘sistema’ che prevedeva in difesa tre giocatori (due terzini ed un difensore centrale, detto stopper), generalmente impegnati in una marcatura a uomo. Alle prese col tentativo di rafforzare la difesa Rappan ebbe l’idea di togliere un mediano da centrocampo per affiancarlo alla linea dei difensori, rendendolo ‘libero’ da qualsiasi compito di marcatura fissa. Il libero era infatti destinato ad eventuali raddoppi di marcatura, a recuperare i palloni eventualmente sfuggiti ai compagni di reparto e più in generale a fare da ultimo uomo tra la palla e la propria porta.

Con questo spostamento prendeva corpo il modulo Verrou che prevedeva in difesa l’impiego di 4 giocatori bloccati: il libero, i 2 terzini e lo stopper (a parte il libero marcature rigorosamente a uomo). A centrocampo il centromediano metodista rimaneva il fulcro del gioco e veniva coadiuvato dalle 2 mezzali che retrocedevano di 20/30 metri mentre in attacco restavano i 3 attaccanti previsti dal modulo originario. Il nuovo modulo alla fine risultò di più facile applicazione rispetto al ‘sistema’ e garantiva sicuramente maggiore copertura grazie alla difesa bloccata; la maggiore sicurezza andava però a scapito della possibilità di costruzione del gioco, sicuramente diminuita a causa dell’inferiorità numerica a centrocampo e delle difficoltà del metodista che spesso si trovava di fronte due centrocampisti avversari. Era in definitiva la rivincita del più debole sul più forte: anche alle squadre tecnicamente inferiori veniva data la possibilità di giocarsela ad armi pari contro gli squadroni dell’epoca.

Un’ulteriore buona prova del nuovo modulo la si ebbe ai mondiali di Francia del 1938, quando Rappan si trovò alla guida della nazionale elvetica. Con questa variazione del ‘sistema’, che fu battezzata in francese verrou ( ‘catenaccio’), la modesta nazionale Svizzera ben figurò nel torneo, eliminando la Germania al primo turno e arrivando fino ai quarti di finale, nei quali cedette all’Ungheria, futura finalista.

L’evoluzione italiana del catenaccio

A fine anni 40 fu Gipo Viani, allenatore della Salernitana, il primo allenatore a portare alla ribalta in Italia il catenaccio, spinto come Rappan dalla necessità di ovviare con una tattica idonea al deficit tecnico della squadra. Ma a portare nell’elite del calcio ed a dare al catenaccio la sua consacrazione definitiva fu Alfredo Foni, allenatore dell’Inter, che vinse, tra lo sdegno della critica per il gioco espresso, due scudetti nei primi anni cinquanta.

Il catenaccio era ormai diventato uno dei moduli più in voga in Italia e diverrà anche il sistema di gioco preferito da due grandi allenatori che dominarono le scene del calcio italiano ed europeo negli anni 60: Nereo Rocco ed Helenio Herrera.

Nereo Rocco fu tra i primi insieme a Viani ad applicare il catenaccio in Italia fin dalla sua prima stagione come tecnico della Triestina. A Rocco si deve tra l’altra l’invenzione del libero nella sua accezione ’italiana’, dove uno dei 4 difensori restava stabilmente dietro agli altri 3 ed era libero appunto da marcature; con questo accorgimento tattico ci sarà la definitiva consacrazione a livello europeo del catenaccio all’italiana. In realtà il Milan di Rocco era una squadra che manteneva comunque a livello offensivo una buona qualità di gioco complice anche la presenza in squadra di alcuni eccellenti giocatori (Rivera, Prati, Sormani per citarne alcuni) anche se la disposizione tattica, una sorta di 1-3-3-3, era comunque improntata ad un rigido difensivismo.

Diverso invece il caso dell’Inter di Helenio Herrera che adottava un meccanismo di gioco veramente cinico e brutale, senza concedere nulla allo spettacolo e cercando solo la vittoria. Il risultato di 1-0 infatti era tra i più gettonati, frutto di una condotta di gara accorta e molto concreta.

La versione herreriana del catenaccio prevedeva un mediano in ‘marcatura’ a uomo in aggiunta ai 3 difensori, col libero alle loro spalle . Una volta riconquistata palla Suarez, il regista, si incaricava di lanciare immediatamente per i centrocampisti avanzati e per gli attaccanti, scavalcando il centrocampo avversario e prendendo in contropiede le difese . Nulla veniva concesso allo spettacolo e non ci si preoccupava minimamente di manovrare tramite possesso palla

Il risultato fu che a livello europeo Milan ed Inter dominarono gli anni 60, con la conquista di scudetti, 4 Coppe Campioni e vari altri trofei internazionali. Ma a fine anni 60, con la consacrazione del calcio ‘totale’ olandese e del ‘pass and movie’ inglese, il modello italiano venne definitivamente superato a livello europeo, tanto che in Italia non si trovarono più alternative valide al catenaccio sino all’avvento di Sacchi e del suo Milan.

Lo schema tattico del catenaccio

Lo schema tattico del catenaccio

Caratteristiche e motivazioni del gioco all’italiana

La filosofia del sistema è improntata alla concretezza ed alla compattezza, cercando innanzitutto di non prendere gol per poi provare a farne rischiando il meno possibile e senza preoccuparsi dello spettacolo o della manovra ragionata. L’applicazione di tale sistema diventa perciò quasi scontata per squadre di medio basso livello ma, vista la robustezza difensiva, sarà un’attrattiva irresistibile anche per le squadre forti, che potevano supplire al difensivismo esasperato con grandi interpreti in attacco. Inoltre era opinione diffusa che la condizione atletica dei giocatori mediterranei fosse inferiore rispetto ai giocatori nord e mitteleuropei, con poca inclinazione al sacrificio fisico in campo, ed il catenaccio sembrava adattarsi benissimo a questa impostazione atletica e mentale. A livello difensivo il salto di qualità si ebbe con la nascita dell’interpretazione italiana del libero. Mentre il sistema originale, tenendo il libero più o meno allineato agli altri difensori, non permetteva una perfetta copertura, il libero all’italiana garantiva una difesa veramente difficile da superare, avendo sempre dietro un giocatore disponibile a garantire la superiorità numerica e con un piazzamento idoneo a coprire campo e porta. Ad eccezione del libero difensori e centrocampisti erano deputati ad una rigida marcatura ad uomo, cercando costantemente di rompere il gioco avversario sul nascere; chiaramente inesistente la tattica del fuorigioco. Con la squadra raccolta nella propria metà campo, gli avversari erano costretti a sbilanciarsi e a rallentare il loro gioco a causa della mancanza di spazi. A questo punto, era sufficiente rubare palla e partire con perentori affondi in contropiede per metter in difficoltà gli avversari, visto che le difese venivano inevitabilmente sguarnite nel tentativo di penetrare nella robusta difesa ‘catenacciara’.

Evoluzioni del gioco all’italiana

La prima grande innovazione fu quella del libero all’italiana di Nereo Rocco che portò ad avere una difesa veramente ostica da affrontare. Per ovviare ad un centrocampo sguarnito dall’arretramento del libero, invece Herrera arretrò un attaccante sulla fascia, finendo con lo schierare un solo attaccante centrale, con dietro Mazzola pronto ad inserirsi e due ali tornanti (Jair e Corso) sulle fasce che rientravano costantemente in fase di copertura. Altra accortezza tattica era quella di far avanzare in alternativa Facchetti (terzino sinistro) sulla fascia. Una formazione veramente ben coperta e difficile da superare.

Ma la finale dei mondiali degli anni 70, persa dall’Italia 4-1 col Brasile, mise definitivamente la parola fine al catenaccio all’italiana degli anni 60, tenendo comunque presente che la compagine carioca di allora era una squadra stellare. Ma il significato più recondito di quella sconfitta (e del predominio europeo perso) era che l’organizzazione difensiva esasperata come quella del catenaccio non bastava più a contenere squadre più dotate dal punto di vista tecnico, tattico e/o atletico.

Negli anni 70 i tecnici italiani, surclassati dalle novità tattiche inglesi ed olandesi, che non riuscirono mai ad applicare in patria, cercarono di adattare il catenaccio ai nuovi sistemi di gioco. Era cambiato il calcio anche dal punto di vista atletico e del dinamismo e questo accentuò il problema del centrocampo costantemente in inferiorità numerico e dell’attacco con poche opzioni di gioco. Il catenaccio moderno era una sorta di 3-5-2 ante-litteram. La difesa restava schierata a uomo col libero dietro, terzino destro e stopper bloccati dietro mentre il terzino sinistro cominciava ad avere la possibilità di portarsi stabilmente in avanti per aiutare il centrocampo. Le marcature continuavano ad essere a uomo. Altro accorgimento che i tecnici applicarono in quel periodo fu un diverso utilizzo del libero. Alcuni lo facevano avanzare in avanti una volta che era in possesso della palla (Baresi, Scirea) mentre altri lo utilizzavano come lanciatore per l’attacco (Ruud Krol). Il centrocampo cominciava ad essere schierato a zona (approccio tattico definito zona-mista) ad eccezione del mediano che marcava il regista avversario, col centrocampista destro che poteva anche inserirsi in attacco e colla mezzala sinistra che agiva da regista offensivo, mentre in attacco a destra imperversava un tornante ed i due attaccanti cercavano sempre gli incroci per mettere in difficoltà gli avversari. Un attaccante di peso convergeva sempre in area mentre la seconda punta, più leggera, arrivava sempre larga a sinistra. In definitiva, non avendo più nulla da scoprire in difesa, tutto era finalizzato alla ricerca costante di nuove alternative per il gioco d’attacco.

Furono però in definitiva anni che a livello europeo e mondiale non portarono a nulla, salvo la parentesi degli anni 80, con la nazionale di Bearzot che vinse i mondiali nel 1982 e la Juventus di Trapattoni che vinse una Coppa Campioni nel 1984-85, peraltro in condizioni estreme (tragedia di Heysel). Vittorie sicuramente merito del grande gruppo di giocatori juventini di allora piuttosto che di particolari innovazioni tattiche.

Successe in pratica che l’applicazione di un modello diverso di gioco, zona difensiva, scambio di ruoli, pressing e trappola del fuorigioco, mise definitivamente all’angolo un calcio pensato per contrapporsi a sistemi e movimenti di gioco non più in voga. In difesa i difensori, col marcamento a uomo, venivano sovente messi in difficoltà dal pressing, dai diversi movimenti degli attaccanti (tagli e scambi di ruolo) e dagli inserimenti da dietro di terzini e mediani. A centrocampo spesso si era in inferiorità numerica e messi in difficoltà da squadre che davano sempre meno punti di riferimento. E per finire in attacco i movimenti delle punte venivano neutralizzati dallo schieramento a zona (o zona-mista alla tedesca) dei difensori che non seguivano più l’attaccante ovunque si muoveva ma stavano attenti alla posizione della palla e solo dopo a quella del giocatore, vanificando così i movimenti di smarcamento.

Tutto finì nel 1987, con l’arrivo di Arrigo Sacchi al Milan, ed il calcio italiano da allora non fu più lo stesso. Particolare curioso: fu un allenatore del Milan, Rocco, che in pratica inventò il libero, e fu un altro allenatore del Milan, Sacchi, che lo uccise.

Oggi, per le sue peculiari caratteristiche e quelle del calcio attuale, il catenaccio non è praticamente più attuabile, salvo una parentesi molto particolare riguardante la vittoria agli europei della Grecia nel 2004 (ct. Otto Rehhagel), probabilmente l’eccezione che conferma la regola ed effetto di una serie di combinazioni più che fortunate.

 

Squadre passate alla storia per il catenaccio

La Svizzera nei quarti di finale del mondiale 1938 (CT Karl Rappan)

Il Milan degli anni 60 allenato da Nereo Rocco

L’Internazionale degli anni 60 allenata da Helenio Herrera

La Nazionale Italiana allenata da Bearzot (mondiali 1978-1982)

La Grecia vincitrice del campionato Europeo del 2004 (CT Otto Rehhagel)