L’ultimo tassello da inserire, quello di sintesi, è colui che guida la squadra al massimo risultato possibile, il primo a crederci sempre e l’ultimo a mollare: il nostromo della nave.
Oggi come oggi, assistiamo ad una partecipazione collettiva molto più accorata e competente di una volta. I tifosi non si soffermano solo a criticare genericamente la propria squadra, giudicano le prestazioni individuali, denunciano gli errori dell’allenatore durante la gara e le scelte del presidente nella campagna di rafforzamento, entrano in merito agli aspetti tattici, arrivano perfino a valutare la tenuta psicofisica dei calciatori.
LA GESTIONE DEL RISCHIO
La situazione è paradossale perché, se da una parte assistiamo ad una sempre maggiore specializzazione e cura professionale, dall’altra verifichiamo una migliore sensibilità al fenomeno ed una democratizzazione dell’evento sportivo. Innanzitutto la passione calcistica porta ad andare oltre e a non accettare di buon grado la sconfitta: l’avversario conta, ma certi errori potevano essere comunque evitati. In secondo luogo, ho l’impressione che questo sia diventato un fenomeno generalizzato, indipendente cioè dal Calcio.
Nel Calcio, tutto funziona fintanto che il mondo gira nel verso da noi ipotizzato, i tifosi scelgono moduli e giocatori a piacimento esclusivamente sulla base dell’imitazione di quel tecnico e delle sue teorie, rimanendo di fatto estranei da ciò che accade realmente. In pratica, restando comodamente seduti in poltrona. Per essere davvero più bravi del mercato azionario e/o dell’allenatore di turno, occorre invece saper ottenere risultati positivi e duraturi nel tempo anche in condizioni avverse e dopo aver effettuato scelte reali in un ambiente vero, mutabile e imprevedibile. Solo allora ci si rende conto di quanto giochino contro di noi decine di sfumature che non avevamo tenuto in considerazione e alle quali non siamo stati preparati a porvi rimedio. Una bella discriminante è data dall’insegnamento della tecnica: ci riempiamo tutti la bocca di contenuti tattici, ispirandoci a fenomeni del passato, ma sappiamo poi riconoscere cosa c’è dietro una scelta oppure l’altra? sapremmo come insegnare quello che vogliamo ai nostri giocatori? sappiamo riconoscere gli errori durante la partita? Il fatto che non esista, in assoluto, un modulo tattico sempre vincente dovrebbe aiutarci a comprendere quanto sia inutile avere certezze assolute in materia.
La differenza che passa tra il tifoso e l’allenatore è che il primo proietta le proprie convinzioni su una realtà stabile e immutabile, mentre il secondo è abituato a trattare continuamente il cambiamento confrontandosi con gli esseri umani (giocatori, avversari, dirigenti, tifosi, giornalisti) e quello che succede sul campo di gioco, il calcio è fatto di tecnica e di casualità.
Per riuscirci, certi allenatori cercano di limitare il più possibile l’effetto sorpresa e i condizionamenti esterni, mentre altri preferiscono convivere con la sorte, alleandosi con lei e cavalcandola a proprio vantaggio.
I primi vogliono ridurre il rischio, cercando in questo modo di controllare la realtà. Il perfezionismo, che spesso riconosciamo come qualità assoluta di manager di successo, è conseguenza della cura ossessiva del particolare, finalizzata al contenimento e alla gestione dei rischi. Altri tecnici ritengono che questo sia uno sforzo inutile, in quanto non porta da nessuna parte. Meglio dunque adattare il proprio comportamento alla realtà e abituare i giocatori a fare altrettanto: differenti condizioni richiedono differenti comportamenti. Non esiste una risposta univoca. Per questo loro usano atteggiamenti più collaborativi, coinvolgenti, aggreganti. Alla tensione nervosa, che conduce spesso e volentieri allo stress, meglio la consapevolezza dei propri limiti e il buon senso. Non vogliono avere in campo soldati disciplinati, ma marinai avvezzi al mare aperto.
Tutto dipende ovviamente dai differenti stili di leadership insiti in ciascun capo.
Ovviamente non esiste la soluzione migliore in assoluto, esiste quella che funziona meglio in quel particolare ambiente, con quel gruppo di lavoro e a quelle condizioni. Eppure i tifosi non si rendono sempre conto di ciò. Talvolta, presi da un bisogno di rivalsa verso i risultati che non arrivano, apprezzano più quei manager che si affermano come tagliatori di teste, che evidenziano solo ciò che non funziona senza essere poi in grado di districarsi nella risoluzione, nel recupero motivazionale, nella riconquista di quote di mercato. La passione acceca e allontana dalla realtà.
LA GESTIONE DELLO STRESS
Responsabile della presunzione e della accresciuta consapevolezza dei tifosi è il grosso processo di spettacolarizzazione televisiva che è stato montato intorno al Calcio. Non bastasse l’evento in sé, il Mondo del Pallone ha attratto una quantità incredibile di luce, soldi e incenso che supera spesso il significato sportivo. In Italia esistono almeno 4 o 5 quotidiani sportivi, 2 o 3 settimanali, ogni testata riserva almeno un paio di pagine dedicate ci sono televisioni tematiche, ogni sera o c’è in programmazione una partita oppure un talk-show di commento. Per non parlare poi dei siti internet organizzati dai tifosi…
Tutto è nato il 22 ottobre del 1967, quando alla Domenica Sportiva Carlo Sassi dimostrò, rallentando i fotogrammi delle immagini televisive, che il gol segnato da Gianni Rivera nel derby con l’Inter era in realtà irregolare. E’ stato un errore arbitrale o malafede? Apriti cielo!
Da quel momento la partita viene giocata settimanalmente almeno 3 volte: in campo tra le squadre; nella sintesi serale, con il montaggio delle azioni salienti; infine nella rielaborazione dialettica ed emotiva dei tifosi durante la settimana. Si va in campo la domenica successiva ancora con in testa il clamore lasciato dalla gara precedente.
Lo strascico mediatico condiziona inevitabilmente la prestazione dei calciatori. Eccita o deprime. Se un attaccante segna dopo un lungo periodo di digiuno, il suo gol diventa una liberazione; se un portiere incappa in un periodo storto, perde ogni sicurezza di sé e commette nuovi errori; se il leader della squadra è fuori forma o si infortuna, tutto lo spogliatoio ne risente. L’allenatore, in questi frangenti, è costretto ad essere contemporaneamente un preparatore tecnico, uno psicologo e un padre. Eppure l’agonismo è tensione allo stato puro. Non è un caso infatti se i record e le migliori prestazioni sportive si ottengono nella manifestazioni nelle quali si confrontano gli atleti più bravi. Anche in Borsa, nelle fasi più turbolente di mercato, si corrono maggiori rischi ma si hanno anche maggiori opportunità di guadagno. La calma piatta non produce stimoli e quindi non porta risultati eclatanti.
Proprio per questo, compito dell’allenatore è anche quello di gestire lo stress. Provocandolo se necessario, smorzandolo quando è eccitato. L’abilità dell’allenatore è quindi quella di compensare la stimolazione interna (al gruppo) con quella esterna: la gestione emotiva del confronto, a certi livelli ed entro certi limiti, diventa dunque un momento positivo di crescita.
Ma questa non la si impara da sola. Occorre esperienza e capacità. Ogni arco della stagione ha motivazioni e stress: in agosto c’è la conquista del posto da titolare e l’analisi della completezza della rosa; in autunno ci sono i turni infrasettimanali; in dicembre il mercato di riparazione; a marzo non bisogna mollare per non perdere posizioni di classifica; dopo Pasqua ci sono gli scontri che valgono il doppio. Bruciare tutta la tensione all’inizio fa correre il rischio di non riuscire a trovare stimoli sufficienti nel momento cruciale della stagione; viceversa, non imporre alcun tipo di ansia rende difficile il recupero di livelli adeguati di concentrazione quando servono.
LA GESTIONE DI SE’ Dobbiamo renderci conto che una squadra di calcio è un essere vivente, e non solo perché somma algebrica di 11 giocatori: ogni team infatti soffre, si innervosisce, si stanca, si esalta. Ha fame e si sazia (attraverso i risultati). Ha paura e impara a resistere.
Capita talvolta che, entrati in campo, i piani tattici del mister saltano per aria. Qualcosa nella preparazione della gara non ha funzionato, oppure dipende dalla bravura dell’avversario migliore del previsto. Allora qualcosa deve cambiare, e in fretta.
Qualunque essere vivente sottoposto ad una forte reazione emotiva offre delle risposte: o si spaventa e va in confusione, oppure prende atto della nuova situazione e cerca di opporsi in qualche modo. Qui si vede la bontà del lavoro fatto dal tecnico durante la settimana, il suo operato sugli automatismi comportamentali, il processo di autostima e la capacità reattiva che infonde. Se ha fatto bene, in genere la squadra si riprende da sola.
Quanto conta dunque l’allenatore nelle fortune della squadra? Ognuno si dia le proprie risposte.
UN DIFFICILE EQUILIBRIO
L’immagine che offre oggi il mondo del non è quella che dobbiamo trattenere per forza. Non può inficiare il significato profondo che tutti noi diamo a questo sport, sia dal punto di vista della passione che delle aspettative. Risultano decisivi nei calciatori il sacrificio, le motivazioni, le sofferenze fisiche, certe remunerazioni spropositate, gli obiettivi stagionali, le regole deontologiche da rispettare e i comportamenti da tenere. E’ una carriera a tal punto virtuale la loro, che certi compromessi diventano fondamentali per riuscire ad allungarla artificiosamente. Eppure, se in qualche occasione verifichiamo quanto questo mondo sia diventato vanitoso, superficiale e frivolo, il più delle volte esistono persone che – dopo 15/20 anni di attività agonistica – fanno fatica poi a reinventarsi lontano dalle grandi platee. Soli di fronte a loro stessi, cessano di essere eroi dell’arena e si trasformano in poveri cristi.
Per questo, il calcio sarà pure un mondo deludente, talvolta corrotto e montato, ma merita anche un certo rispetto. In particolare l’allenatore, che rappresenta la figura più razionale di tutte, e quella più esposta alle critiche. Se è bravo e riesce a plasmare il gruppo, ottiene dei risultati. Ma se si colloca in un contesto instabile, con pochi mezzi (umani) a propria disposizione e ancor meno tempo per impostare il lavoro, non basta l’esperienza che ha e diventa il capro espiatorio. Quante volte errori di mercato di Presidenti incompetenti oppure incomprensioni di spogliatoio causate dai giocatori hanno costretto all’esonero di tecnici pur molto capaci? Il rifiuto ambientale non riconosce meriti professionali. Infatti, non potendo ammettere i propri errori e neppure cedere in blocco tutti i giocatori che hanno voluto, i proprietari scaricano sugli allenatori anche responsabilità che non sempre hanno.
Noi ci limitiamo dunque a giudicare solo quello che abbiamo davanti agli occhi, anche perché non sappiamo quasi mai cosa sta accadendo. Nemmeno la conoscenza della storia riesce a farci evitare di commettere nuovamente gli stessi errori del passato: 140 anni di sfide, evoluzioni tattiche, nuove tecniche di allenamento non sono riusciti a darci la certezza della vittoria. Né ci riusciranno mai. Forse, è proprio per questo che siamo ancora qui a parlare di Calcio. E avere illusione di averci capito qualcosa-allenatore