Bruno Pesaola, Argentino di Avellaneda, il quartiere centrale di Buenos Aires dove risiedono tre importanti club argentini come il Boca Juniors, l’Indipendiente e il Racing; è alto soltanto 165 centimetri e già lo chiamano “el Petisso”, il piccolino, rimane un personaggio di primo piano del calcio italiano. Pesaola è stato uno tra i più grandi tecnici che il nostro calcio ha avuto. Bruno Pesaola, quando era calciatore, era un’ala sinistra, (“Il destro lo usavo soltanto per disperazione”), e in due stagioni disputa 73 partite e segna 19 gol. A Roma proprio in quegli anni l’atmosfera è già da dolce vita e Bruno ne viene coinvolto in pieno. Abita a Trastevere, cena nei ristoranti alla moda, frequenta via Veneto. Diventa amico del figlio dell’ambasciatore argentino con il quale si apposta all’uscita del Teatro Valle per rimorchiare le ballerine. Conosce attori e cantanti, Togliani e Rascel, Tognazzi e Tata Giacobetti, Latilla e la Masiero. Un vero paradiso per chi era cresciuto povero nella periferia di Buenos Aires. Ma se la vita a Roma va alla grande, all’interno della società l’ambiente non è favorevole; la squadra, mal congegnata, stenta in campionato ed è stata salvata miracolosamente da arbitraggi amichevoli; il caldo pubblico romano rumoreggia. E’ un inferno giocare al Testaccio di fronte a platee palesemente insoddisfatte e piuttosto critiche. Pesaola nelle due stagioni giallorosse colleziona incidenti assortiti che lo penalizzano nel gioco e nel rendimento. I muscoli sono a pezzi e senza scatto il suo gioco perde il novanta per cento di qualità. Così nell’estate del 1950, frustrato e deluso, progetta di tornare in Argentina. A Buenos Aires si ricorderanno ancora certamente di lui, e una delle tante squadre della capitale sudamericana lo assumerà. Gli spiace però archiviare con una sconfitta l’esperienza italiana, lui che era sbarcato a Genova con tante speranze e tante illusioni. La valigia è pronta sul letto dell’albergo quando arriva un telegramma firmato Silvio Piola. Dice: “Petisso vieni a Novara. Ti proviamo e vediamo se puoi giocare con noi. Io ho fiducia. Ti ho visto giocare e mi sei piaciuto Dai vieni. Ciao, Silvio”. Pesaola resta con il Novara due stagioni con un positivo bilancio personale: confeziona i cross per Piola, che a 39 anni segna 21 gol e torna in nazionale. Ma soprattutto si sente ricostruito nel fisico e nel morale.  Ovviamente le sue prestazioni non sfuggono alle grandi squadre. E arrivano offerte sostanziose da Milano e da altri club importanti. Pesaola chiese consiglio a Ornella; la moglie immediatamente sceglie Napoli (suo fratello lavora tra l’altro alla Siae di Pozzuoli), e approfittano del viaggio al Sud per realizzare una bellissima “luna di miele” sulla costiera amalfitana.  Si presenta poi al Parker’s dov’è radunato il Napoli di Monzeglio con Amadei, Casari, Comaschi, il vecchio Gramaglia, Eugen Vinyei, il terzino ungherese dal tiro potente, persino un Manlio Scopigno di passaggio in maglia azzurra. Pesaola, Jeppson e Giancarlo Vitali sono gli acquisti di Lauro per un tridente offensivo memorabile. La città più sudamericana d’Italia era il luogo più adatto per questo giocatore dal cuore ardiente. Caldo come il tifo del San Paolo. Infatti il Petisso non faticò a conquistare la tifoseria partenopea. Memorabili le sue giocate fantasiose, il grande vigore e le immancabili sceneggiate sul campo ne fecero presto un idolo. Pesaola disputò otto stagioni sempre la maglia numero 11, fece coppia con Jeppson e poi con Vinicio e realizzò 25 reti .Ma la vera storia del Petisso inizia come allenatore. Naturalmente iniziò da Napoli il primo febbraio 1962. All’epoca la squadra del Vesuvio giocava nella serie cadetta e Pesaola venne chiamato per portare gli azzurri nella massima categoria. Il suo esordio fu contro il Modena e vinse 2-0, fu la sua prima vittoria sulla panchina e fu anche la prima di una lunga striscia di risultati utili che permise al Napoli di salire in Serie A. Pesaola sognava in grande, ma la società viveva alla giornata, senza programmi e senza fare una campagna acquisti programmata. Il Napoli di allora doveva affidarsi totalmente al suo vivaio, anche se acquistò grandi campioni, ma erano acquisti che servivano più ad impressionare il pubblico piuttosto che dare garanzie all’allenatore. Così il Napoli ritornò in B, Pesaola venne esonerato ma l’allenatore argentino poteva andarsene a testa alta. Il Napoli lo richiamò nel campionato 1964. Questi accettò, ma solo a determinate condizioni. La società doveva comprare solo i calciatori che voleva. Ed è proprio così che inizia una delle più grandi stagioni del calcio napoletano. Pesaola cercò giocatori, non solo bravi tecnicamente, ma anche adatti a convivere con una città come Napoli. E chi meglio di Omar Sivori e Jose Altafini. I due erano in bilico con le rispettive società, Juve e Milan. Pesaola fu bravo a sfruttare il momento, portandosi a casa entrambi i due fuoriclasse sudamericani. Sivori e Altafini ci misero poco a conquistare il pubblico. Ma il merito di Pesaola fu quello di non trascurare mai il resto della squadra. Dimostrando di essere un perfetto uomo da spogliatoio. Così il Petisso vide sbocciare anche campioni nostrani come Juliano, Montefusco e Dino Zoff. Furono tre anni fantastici che proiettarono il Napoli nelle zone nobili della Serie A. Non riuscirono mai a vincere lo scudetto, ma riuscirono a regalare spettacolo ed emozioni su tutti i campi, piazzandosi: al quarto, terzo e secondo posto. Poi Sivori preparò le valigie per tornare in Argentina e qualche meccanismo si deteriorò. A quel punto il tecnico preferì lasciare Napoli per Firenze dove riuscì a compiere un vero miracolo, con i viola conquistò uno storico scudetto nel 1968/69. Con una squadra da metà classifica conquistò il tricolore. I segreti del suo successo furono quelli di: “primo non prenderle” costruendo un muro davanti alla porta con difensori molto fisici e grintosi. Utilizzando un centrocampo ordinato con un “libero” davanti alla difesa in grado di dettare i ritmi per tutta la squadra. In De Sisti trovò un interprete perfetto in questo ruolo. Ai suoi fianchi mise due motorini instancabili che correvano avanti e indietro senza mai fermarsi. E in attacco un certo Amarildo, che nel 1962 fece vincere il Mondiale in Cile al Brasile. Un giocatore che veniva da un momento non felice dal Milan, ma che il Petisso riuscì a far resuscitare con la maglia viola. Fu una stagione perfetta e irripetibile. Pesaola rimase ancora un anno poi andò a Bologna, dove restò per quattro anni a insegnare calcio. Non vi furono grandi risultati, ma furono anni di bel gioco per gli estimatori del calcio giocato.Rimane fermo per tutta la stagione 1971/72 prima di una nuova chiamata del DS Montanari, questa volta in direzione Bologna. Pur con qualche critica da un pubblico raffinato che ha ancora negli occhi lo squadrone scudettato del 1964, Pesaola in quattro stagioni scende una sola volta al di là del settimo posto, togliendosi anche lo sfizio di vincere la sua seconda Coppa Italia nel 1974 in una burrascosa finale contro il Palermo. Per la stagione 1976/77 Ferlaino lo richiama in panchina con il compito di rivitalizzare Savoldi e rilanciare la squadra con gli ingaggi di Chiarugi, Speggiorin e Vinazzani. Il Petisso questa volta delude conducendo gli azzurri ad un  poco entusiasmante settimo posto finale con 28 punti. Entusiasmante fino alle semifinali invece la cavalcata in Coppa delle Coppe. Il Napoli batte in successione, il Bodoe, l’Apoel Nicosia e il Slask Wroclaw. La semifinale di andata contro l’Anderlecht, giocata in un San Paolo stracolmo è vinta dagli azzurri per 1-0 con goal di Bruscolotti. Quindici giorni dopo a Bruxelles, succede di tutto: l’arbitro è Bob Matthewson, rappresentante in Inghilterra della birra Bellevue che oltre ad essere di proprietà del presidente dell’Anderlecht, è anche lo sponsor della squadra belga. Pronti, via, segna Speggiorin ma il gol è annullato, Esposito colpisce la traversa. Segnano Thissen e Van der Elst e Napoli eliminato tra le più feroci polemiche. I partenopei però si consolarono con la conquista della coppa di lega italo-inglese battendo in finale il Southampton. Si ripresenta a Bologna a sostituire il mister Cervellati nel 1977-78 in tempo per evitare la prima retrocessione dello “squadrone che tremare il mondo fa”. L’anno dopo la dura legge dell’esonero colpirà però proprio il Petisso e chiuderà definitivamente la sua parentesi rossoblu. Nel corso del 1979-80, dopo essere stato 33 anni prima uno dei primi oriundi ad approdare nel Bel Paese e diventato ormai italiano, vive l’esperienza di essere anche uno dei primi tecnici ad allenare all’estero. Il Panathinaikos di Atene lo chiama nel tentativo di contrastare l’emergente Olympiakos. Pesaola mette a frutto l’enorme esperienza accumulata in Italia rivitalizzando la squadra tanto da arrivare a sfiorare il titolo. Lo richiama Ferlaino per salvare il Napoli nella stagione 1982/83. Dopo 11 giornate, con Giacomini, la squadra è ultima. C’è Castellini in porta, un triste Diaz all’attacco e Krol fa il libero sganciandosi e scoprendo la difesa. Pesaola ordina: tutti indietro. Decisivi quattro rigori, quattro vittorie (e in panchina, il Petisso si copre gli occhi e abbraccia il rosario per non vedere Ferrario che tira il penalty). Da allora, più nulla. Di tutto quello che ha guadagnato, a Pesaola è rimasto quasi nulla. Una lunga serie di investimenti sbagliati, un pò per leggerezza, in parte per indolenza, molto per ingenuità. Due bar, una fabbrica di scarpe, un’azienda floricola, un’industria vetraria. “Pochi sanno di calcio quanto me Avessi avuto lo stesso fiuto negli affari, sarei miliardario”.

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