Eusebio nato a Lourenco Marques (oggi Maputo), sulle rive dell’Oceano Indiano, ultimo di otto figli, orfano di padre a cinque anni, cresciuto nella dura povertà che la madre poteva loro offrire.

Il pallone lo calciava per strada, a piedi nudi per necessità, finché non entrò nello Sporting di Lourenco Marques, affiliato allo Sporting Club di Lisbona. Il Benfica lo sottrasse agli storici rivali con un colpo di mano pirata. Così a sedici anni Eusebio trasferì la sua vita a Lisbona. Il giovane mozambicano non ebbe problemi di integrazione, ne calcistici né umani. Quella che era una finzione politica per lui era, e sempre più divenne una naturale realtà. Eusebio da Silva Ferreira era un giocatore del Benfica, cittadino portoghese, speranza fulgida di una nazionale che si affacciava per la prima volta alle grandi ribalte. Lo chiamavano “la pantera nera”. E ci fu un tempo in cui la “pantera” prese il posto della “perla nera” sul trono precario del football. Era il tempo dei mondiali d’Inghilterra. Un piovoso luglio del 1966. E nel Goodison Park di Liverpool l’abdicazione avvenne in diretta intercontinentale e assunse l’iconografia plastica di Pelé in ginocchio, malamente ferito da un intervento assassino e lui, Eusebio, che si avvicina e, chinandosi, gli pone sul capo la mano in un gesto che offre conforto e silenziosamente chiede scusa per l’intervento duro del compagno. E’ la fine del terzo mondiale di Pelé, la fine del Brasile sconfitto 3-1 da un Portogallo alla sua prima esperienza in una fase finale di Campionato del mondo. Un Portogallo che passa di vittoria in vittoria grazie ai gol a ripetizione del suo negretto timido che stupisce il mondo per la velocità delle sue trame e la sicurezza e la pericolosità delle sue manovre d’attacco.

L’incoronazione del nuovo sovrano avviene qualche giorno dopo, il 23 luglio, in una notte di gloria e miseria. Perché in quella sera d’estate, nello stadio della patria dei Beatles solo il talento e la grinta di Eusebio trasformarono in trionfo il disastro, e dissolsero l’incubo giallo della Corea che, dopo aver inflitto all’Italia la sconfitta più umiliante della sua storia, stava sommergendo 3-0 gli increduli lusitani. Poi avvenne il miracolo. Partendo dalla destra o dalla sinistra, retrocedendo fin sotto la propria porta a cercare il pallone, con la fretta disperata che lo svantaggio impone, Eusebio si lancia in avanti con quella sua progressione morbida, felina, che gli ha guadagnato l’appellativo di “pantera”, infila in velocità uno, due, tre avversari e poi lascia partire il tiro che ha secco, potente, preciso. Segna quattro volte, su azione e su rigore; e offre a un compagno la palla del quinto gol,, così il giovane mozambicano, viene di colpo considerato da tutti come più bravo di Pelé, più completo di lui, in possesso di un repertorio di gioco superiore, di più ampio respiro.

Ed Eusebio, che proseguirà con la maglia del Benfica, la sua squadra di sempre, una carriera ricca di

successi, ancora non lo sa ma ha raggiunto quella sera, nello stadio di Liverpool, il momento più alto della sua parabola di calciatore. Aveva solo 24 anni, cinque anni di professionismo alle spalle, qualche scudetto e due Coppe dei Campioni strappate entrambe, nel 1961 e 1962, al Real Madrid di Puskas e Di Stefano, il primo stop al dominio continentale dello squadrone di Santiago Bernabeu. E se la prima volta lui era solo una riserva in panchina, giovane diciannovenne di belle speranze che aveva esordito in prima squadra solo otto giorni prima, il 23 maggio 1961, segnando tre gol all’Atletico di Lisbona, la seconda Coppa portava largamente la sua impronta. Era stata una dura battaglia, sul filo dell’equilibrio. Poi, mentre gli assi madridisti si spegnevano lentamente sotto il peso della fatica moltiplicata dagli anni, la stella del giovane Eusebio brillava nel cielo di Amsterdam, quel 2 maggio 1962, segnando, in finale di partita, i due gol che fissavano il punteggio su 5-3 e regalavano al Benfica la seconda Coppa dei Campioni. Altre due le aveva perse, nel ’63 e nel ’65, in finale contro il Milan di Altafini e Rivera e contro l’Inter di Herrera.

Pallone d’oro nel 1965, Scarpa d’oro mondiale 1966, capocannoniere ai mondiali d’Inghilterra con 9 gol, 313 reti in 291 gare con il Benfica (una media di 1,08 a partita), 64 presenze in Nazionale e 41 gol (record portoghese), che appese le scarpe al chiodo nel 1975 per poi riprenderle e concedersi due anni di esperienza americana, prima di tornare a Lisbona entrando con mansioni varie nello staff tecnico del Benfica, diceva di non vivere di ricordi, «perché questo non aiuta ad andare avanti, e i paragoni con me e i miei tempi non hanno senso».

Non si considerava sorpassato né mummificato. Un tempo sognava l’Italia, diceva, e aveva firmato con Moratti un contratto che la chiusura delle frontiere decisa dalla federazione italiana dopo il disastro coreano rese vano (sempre la Corea sul suo cammino!), ha tifato Danimarca ai mondiali messicani del 1986, ammirato la Dinamo Kiev e il suo calcio da laboratorio, e professava illimitata ammirazione per Arrigo Sacchi «il migliore di tutti, un uomo nato per vincere». Gli schemi scientifici non c’entrano. E’ questione di personalità, «io questa gente la riconosco, appartengo alla stessa famiglia», e senti vibrare nelle parole l’orgoglio ingenuo della “pantera” che sfidava “O’ rei”. Perché ha un bell’aggiornarsi, ma dentro viveva la convinzione profonda che «il calcio è sempre quello, e da che mondo è mondo lo fanno i calciatori. Uno come Pelé farebbe nel duemila quello che ha fatto fino al ’70, Idem Di Stefano, che per me resta il più grande, il più completo». E lui, Eusebio da Silva Ferreira, il ragazzino venuto dalla salsedine dell’Oceano Indiano, sarebbe ancora Eusebio, l’artista che illuminava, con il suo talento, l’atmosfera sonnolenta e un po’ bigotta della Lisbona di Salazar.

EUSEBIO-Panini-Portugal-World-Cup-1966