Comunardo Niccolai, un artista dell’autorete, un calciatore che è riuscito a rivoluzionarne il concetto stesso. Perché se è vero che esiste il gol alla Del Piero e il cucchiaio alla Totti, è altrettanto vero che l’autogol è alla Niccolai.

Difensore di altri tempi, di ruolo stopper, dal ’64 al ’76 giocò a Cagliari, vinse lo scudetto e indossò anche la maglia azzurra in Messico, veniva chiamato dai suoi compagni di squadra “Agonia”, per la sua magrezza ai limiti del patologico. Apparteneva a un calcio profondamente diverso da quello di oggi, in cui non esistevano “mental coach” pronti a psicanalizzare comportamenti e prestazioni individuali. Un bene per lui, altrimenti qualcuno pronto a curare il suo subconscio e il derivante conflitto con la figura paterna l’avrebbe trovato di sicuro. Già, perché suo padre era un portiere del Livorno e destino volle che, oltre ai tifosi, fossero proprio i portieri “di famiglia” a subire sulla propria pelle le conseguenze di quel suo istinto autolesionista. Sfatiamo un falso mito: non è tu il recordman di autogol, lo precedono Campioni quali Baresi e Ferri. Ma i suoi sono stati fatti in partite più importanti, e poi erano più belli. Per questo la gente li ricorda maggiormente. Capitava poi che in tribuna ci fossero sempre gli inviati e le firme di punta dei giornali, questo ha causato l’amplificarsi del fenomeno. Fra gli episodi più famosi credendo che il gioco fosse fermo, scagliò un bolide con l’intenzione di tirare in curva; centrò lo specchio della sua porta, e Brugnera impedì l’autogol con un perfetto tuffo: seguirono rigore contro e gol. Poi l’arcinota partita scudetto in casa della Juventus. Pioveva, e lo Stadio registrava il tutto esaurito. Sullo 0-0, traversone di Furino, e anticipo su Albertosi con la braccia già protese verso il pallone, grande rete da bomber di razza, peccato che fosse un autogoal. “Credo di averne segnati 5 o 6”, racconta. “Forse quello di Bologna fu più bello degli altri: evitai anche il portiere Albertosi, e feci un gol da attaccante puro. Ne segnai uno anche nella “partita scudetto” contro la Juventus, uno a Catanzaro nella 300ª gara arbitrata da Concetto Lo Bello, uno a Perugia, uno contro la Roma e uno a Firenze, ma quella volta non avevo davvero nessuna colpa perché il portiere, al posto di parare, abbassò il braccio e la palla mi rimbalzò addosso. D’altra parte, i miei interventi erano spesso un pò spericolati e capitava che arrivassi sulla palla scoordinato. Ricordi particolari? Un giorno uno mi chiese: “Come va?”. E io: “Si tira avanti”; intervenne il dottor Fronzi, medico della squadra: “Mi sembra che tiri indietro, te!”. Sono passati più di trent’anni, ora ci rido su, ma allora quegli autogol erano un dramma, sembrava ne segnassi 10 a stagione. Però feci anche 4 reti dalla parte “giusta”, di cui una contro la Fiorentina: nella porta viola c’era Albertosi. Certo, mi piacerebbe essere ricordato per il Mondiale ’70, per lo scudetto a Cagliari o per la carriera da allenatore, ricca di soddisfazioni. Ma l’importante, in fondo, è essere ricordati: grazie agli autogol, la mia fama va al di là di quella di altri colleghi molto più bravi di me”. Inoltre leggenda vuole che quando Scopigno, suo allenatore al Cagliari, lo vide inquadrato alla tv durante gli inni nazionali esclamò: “Tutto mi sarei aspettato meno che vedere Niccolai in mondovisione”.

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