Di professione calciatore, centravanti , attaccante di quelli degli anni 60-70, nato ad Uliveto Terme in provincia di Pisa il 28 giugno del 1943. Era cresciuto in assoluta povertà, figlio di un venditore ambulante, ma proprio le sue disagiate condizioni sociali lo proiettarono nel mondo del pallone con la giusta grinta e dedizione. Aveva una grande voglia di affermarsi fin da quando militava nel settore giovanile del Genoa e nel novembre del 1962 firmò il suo primo contratto accasandosi in Serie B nelle file del prestigioso Alessandria. In Piemonte giocò discretamente, ma passò quindi al Varese ancora tra i cadetti e successivamente all’Entella Chiavari e al Savona nel campionato di Serie C.

Nel 1966/67 ritornò al Genoa ed un ottimo campionato disputato con i grifoni gli fecero guadagnare un forte interessamento da parte della Roma di Oronzo Pugliese. L’atmosfera della Capitale lo galvanizzò, permettendogli di diventare un centravanti completo, anzi indispensabile per le sorti e le condizioni della squadra giallorosa. Taccola aveva segnato nel suo primo torneo in Seria A ben 10 reti.

Nella stagione successiva andò ad accomodarsi sulla panchina della Roma l’ex-mago dell’Inter Helenio Herrera, in quanto la squadra capitolina con l’ingaggio del tecnico ispanico tentava di rilanciarsi definitivamente nei quartieri alti del campionato italiano. Anche da Herrera Taccola fu inquadrato subito come un elemento indispensabile, insostituibile per le sorti della squadra. Taccola segnava e faceva segnare, sviluppando continuamente gioco e soprattutto risultava determinante quella sua dedizione al sacrificio, a lottare sempre per la maglia in ogni partita, anzi in ogni allenamento. Iniziò bene anche quella stagione, siglando ben 7 reti in appena 12 partite, fin quando una banale operazione alle tonsille ne minò evidentemente il rendimento. Giuliano accusò continui attacchi febbrili, che lo indebolivano notevolmente nel fisico e ne ritardavano evidentemente il recupero alla miglior condizione.

Herrera non lo risparmiava per gli allenamenti, non un momento di riposo, anzi lo impiegava quanto più possibile perché la sua Roma non poteva e non doveva deludere. Taccola, nonostante tutto, in quell’inizio di stagione si sentiva egli stesso un elemento imprescindibile, addirittura l’uomo nuovo del calcio italiano, come era inconfutabile il fatto stesso che le sue condizioni di salute non erano stabili, anzi andavano sempre più peggiorando. Il suo calvario, infatti, durò più a lungo del dovuto. Si fermò poco dopo Natale e riuscì a tornare in campo soltanto il 2 marzo del 1969 a Marassi contro la Sampdoria, tra l’altro infortunandosi al malleolo e sostituito da Salvori ad un quarto d’ora dalla fine.

Non era più il Taccola di inizio stagione, proprio dal punto di vista fisico. Ma il mago ritenne opportuno di non concedere al suo calciatore il dovuto riposo, neanche quando alla vigilia della trasferta di Cagliari del 16 marzo del 1969 il professor Bisalli, medico sociale della Roma, ne sconsigliò vivamente l’impiego. Herrera lo convocò ugualmente e pur spedendolo in tribuna, in quanto evidentemente non arruolabile, la domenica mattina gli fece effettuare un allenamento, palleggiando tra l’altro con il compagno Angelo Orazi.

La Roma nel pomeriggio nel catino della stadio Amsicora impattò per 0-0 contro il quotato Cagliari di Riva, ma poco dopo la conclusione della partita Taccola accusò un malore, proprio mentre stava complimentandosi con i suoi compagni di squadra per il prezioso punto ottenuto in trasferta.

Il centravanti romanista si accasciò al suolo, sbiancando in volto. Accorse per primo ovviamente il professor Bisalli, assistito dal medico sociale del Cagliari Frongia. Si avvertì della gravità della situazione e si richiese l’intervento di un’ambulanza, il cui arrivò fu ritardato dal traffico domenicale nel capoluogo sardo. Taccola non riuscì ad arrivare neanche all’ospedale di Cagliari. Morì durante il tragitto, gettando nello sconforto la sua squadra e tutto lo staff giallorosso. Un decesso oltretutto strano, anomalo, la cui diagnosi non fu attendibile già a poche ore dalla morte del giocatore. “Dopo la tragedia – raccontò Frongia medico del Cagliari – Visallo scoppiò in un pianto disperato e di lì a breve chiuse col calcio. Era un uomo distrutto e in assoluta buona fede”.

Soltanto nel 2005, quando Marzia la moglie di Giuliano, è ormai anziana e i figli adulti, Giacomo Losi, il «core de Roma», ritorna nel ventre dell Amsicora: «Giuliano era stato da poco operato per una tonsillite e dopo l’operazione, in genere dopo ogni allenamento, gli si alzava la febbre, così gli facevano un’iniezione e stava meglio. Il chirurgo che lo operò alle tonsille gli proibì di prendere certe sostanze, sembra per disfunzioni cardiache. Dopo la partita scese negli spogliatoi per festeggiare con la squadra. Diceva: «Mi sento male, mi gira la testa». Così l’hanno sdraiato sul lettino e gli hanno fatto la solita iniezione. Appena gli hanno messo l’ago, ha fatto alcuni sobbalzi e non si è più mosso. L’hanno lasciato lì. Herrera disse ai giocatori: «Andiamo via, ormai è morto e non possiamo fare più niente. Mercoledì abbiamo un’altra partita».

Il comportamento di Herrera fu allucinante, ottenendo che la squadra della Roma rientrasse subito in sede! Quindi bisognava allenarsi, concentrarsi e non c’era tempo neanche per assistere al dolore per la morte di un compagno di squadra, di un amico quale Giuliano Taccola, un sontuoso centravanti che giocava al calcio per amore e per bisogno di quei soldi con cui teneva in vita le speranze di una famiglia intera.

D’Amato in primis e assieme a lui Cordova e Sirena si rifiutano di abbandonare il cadavere del proprio compagno e assieme all’intera squadra del Cagliari rimangono accanto alla salma in ospedale. Da Fregene, piangendo, Ginulfi contatta il presidente Marchini per chiedergli di far sciogliere il ritiro. Il Presidente, all’oscuro di tutto, dà immediatamente la direttiva. Un’ora più tardi però, il dirigente Dino Viola lo contatta per comunicargli che Herrera si rifiuta di sciogliere la squadra. A questo punto Marchini, paonazzo, ricontatta nuovamente il suo tecnico per ricondurlo alla ragione: «Mandi tutti a casa. Subito!” – “A casa? Non si gioca più? E’ finito el calzio?”». I funerali di Giuliano Taccola si celebrarono il 20 marzo 1969 nella Basilica di San Paolo, tante, troppe, domande sono ancora senza risposta.

Fu solo la sua famiglia a cercare di ottenere giustizia per la tragedia di un campione, ad un artefice dello spettacolo della domenica che non poteva fermarsi neanche di fronte ad una morte assurda. Si cercò inutilmente di fare luce su un caso anomalo. Il Procuratore della Repubblica di Cagliari Enrico Altieri aprì un’inchiesta, sentenziando la morte di Taccola attribuita a “broncopolmonite con arresto cardiaco e polmonare”, anche se trapelò insistentemente l’ipotesi di un decesso avvenuto per un uso quantomeno dubbio di antibiotici. Lasciando per sempre il mondo del pallone nel dubbio di un caso di doping, di un’assistenza medica superficiale ed errata. Infatti, il recupero fisico di Taccola fu inspiegabilmente lento e sottovalutato, costringendo il giocatore stesso a riprendere l’attività in un momento di convalescenza giudicato meno complicato del previsto.

Al di là del dramma umano e sportivo che il campione visse in quell’assurdo pomeriggio all’Amsicora di Cagliari, la moglie, la signora Marzia Nannipieri, e la figlia ne hanno vissuto un altro più grande e probabilmente più grave negli anni successivi, quando il povero Giuliano è stato dimenticato da tutto e da tutti, sia moralmente che economicamente.

Il suo decesso è stato sotterrato quasi come un fastidio, un intoppo, un’amara verità per il sistema calcio che nel tempo  esalta e  divinizza i suoi interpreti, ma che con troppa facilità allo stesso modo li dimentica

aleja_taccola