QUI finisce il campo. Era un cartello che Manlio Scopigno aveva fatto piantare dal magazziniere ad uso e consumo di Nastasio, un attaccante del Cagliari piccolo e velocissimo che tendeva a crossare in ritardo. Qui finisce anche la carrellata sul campo dei ricordi: una squadra dall’1 all’11 deve avere un allenatore e ho scelto Scopigno. Allenatore friulano, ma di friulano non aveva nulla, se non il luogo di nascita: Paularo, alta Carnia, 20 novembre 1925, presto si trasferì a Rieti e lì inizia a giocare a pallone, in C e in B, poi passa alla Salernitana e infine, fortemente voluto da Monzeglio, al Napoli in A.. Intanto Scopigno s’era iscritto alla Sapienza di Roma, in Pedagogia e per questo fu poi chiamato il Filosofo .

A quei tempi già era una rarità un calciatore con la licenza media, una vera mosca bianca chi frequentava l’università. C’è chi se lo ricorda, a Salerno, elegante come un lord inglese e già buon pokerista. Elegante anche sul campo, gambe sottili, bella corsa e buon piede, non un terzinaccio. Nel Napoli gioca una sola partita esordisce in Napoli-Como 7-1, segna il quinto gol, primo e ultimo della sua promettente carriera perché poi gli saltano i legamenti del ginocchio destro, e addio. Col pallone vanno alla deriva anche gli studi. Indeciso se arrivare alla tesi o rimanere in qualche modo nel calcio, rimane nel calcio. Ricomincia da Rieti, come allenatore-giocatore in serie D, poi solo allenatore: a Todi, ancora a Rieti, a Ortona. L’ascensore per la serie A passa da Coverciano: frequentando il corso-allenatori conosce Roberto Lerici, detto il Frate per i modi garbati, italianista convinto, molto stimato da Gianni Brera. Lerici lo vuole come secondo a Vicenza. Due anni da vice e, quando Lerici è esonerato, Scopigno viene fu promosso dal presidente Maltauro, consigliato in questo senso da Lerici stesso e dal capitano, Savoini. Sugli anni a Vicenza, dove allenò a due riprese, fra i suoi giocatori Sergio Campana anche lo definì  “L’allenatore più intelligente e controcorrente che abbia avuto”. Già a Vicenza concedeva libertà, mai un controllo telefonico notturno. Distribuiva a tutti un questionario: con chi divideresti volentieri la camera in ritiro? con quale compagno andresti in ferie? A chi confideresti un problema extracalcistico? Al più votato affidava la fascia da capitano. Conosceva il gioco degli avversari. Degli avversari sapeva tutto, prendeva appunti su un quaderno. Salvezza raggiunta, settimo, sesto, undicesimo. Così  Scopigno in quel Vicenza che sarebbe rimasto in serie A per 21 anni filati. Poi il grande salto, a Bologna. Grande perché da poco il Bologna aveva vinto lo scudetto e perché quella panchina era stata occupata da Fulvio Bernardini. Breve, perché durò sei partite in tutto. Ricorda Adalberto Bortolotti, allora a Stadio: “Con la stampa bolognese aveva legato bene, si tirava tardi insieme, col presidente Goldoni no. Sembrava che Scopigno non vedesse l’ora di essere sollevato dall’incarico. Incominciò a lamentarsi del campo di Modigliana, dopo un’amichevole. Modigliana era il feudo di un potente politico Dc amico di Goldoni. A Goldoni venne il sospetto che Scopigno fosse comunista, e prese male anche una visita di cortesia che Scopigno fece a Bernardini. Poi ci fu l’onda di Modena, per dirla con Goldoni, cioè l’onta, il Bologna eliminato dal Modena in Coppa Italia. E l’esonero arrivò. Anni dopo, a chi gli chiese se sarebbe tornato volentieri ad allenare a Bologna, Scopigno rispose: “Sì, ma alla guida di un cacciabombardiere”.

A Cagliari, partito Silvestri per andare al Milan, lo vuole Andrea Arrica, un dirigente che quelli di oggi li sgranocchierebbe col primo caffè. Gli piaceva il gioco del Vicenza, una provinciale come il Cagliari, in fondo. Alla fine, miglior difesa (17 reti) e sesto posto. Con la stessa difesa, 38 reti al passivo l’anno dopo, con Puricelli. Già, perché Scopigno era stato licenziato. Motivi da chiarire, anche qui due versioni: il Cagliari impegnato in un propagandistico torneo Usa, è invitato a cena nella residenza dell’ambasciatore italiano a Chicago. Tra Scopigno e il presidente Rocca non era mai corso buon sangue. Manlio Scopigno ri­ceve il Seminatore d’oro

come miglior allenatore di A e dal Ca­gliari la lettera di licenziamento.

Per Scopigno, un anno a spasso, ma verosimilmente stipendiato da Moratti, che lo voleva all’Inter al posto di Herrera, così come da anni voleva interista Riva, ma Herrera preferiva Pascutti. In quegli anni sull’isola c’erano forti investimenti: la Saras di Moratti, la Sir di Rovelli. Via Rocca, diventò presidente Corrias, anche presidente della Regione, Arrica sempre presente, Scopigno torna ed è secondo il primo anno, primo nel ’70, alla faccia della squalifica di sei mesi. Oltre a quello che aveva detto in campo, a Palermo, si era presentato in sala stampa esclamando: “Terra, mare, cielo e Toselli”. Per i primi tre quarti, era lo slogan della Fiat. Il quarto era l’arbitro. Sdrammatizzò anche la squalifica: “Un allenatore in panchina serve a poco, dalla tribuna si vede meglio” . Scopigno era in anticipo sui tempi, vedi ritiri aboliti. Ogni allenamento lo concordava col medico, il dottor Frongia. Col clima mediterraneo, diceva che venti minuti tirati a Cagliari valevano due ore a Vicenza. Preparava la partita parlando separatamente con difensori, centrocampisti e attaccanti. Una novità. Aveva capito che i lunghi ritiri non uniscono ma incattiviscono. Parlava pochissimo, ma chiaro. Era di un’intelligenza tattica, ma anche umana, che sembrava di un altro pianeta. Come sembrava fantascienza lo scudetto. Curiosamente, Scopigno aveva messo d’accordo i giornalisti italianisti e quelli offensivisti. Esaltava gli attaccanti ma le sue squadre incassavano pochi gol (solo 11 il Cagliari- scudetto, resta un record). Perché parlava poco, e bisbigliando, ma non diceva cose banali.

Quando Scopigno smise, era già tardi. Dopo Cagliari, Roma (lanciò Di Bartolomei) e ancora Vicenza, finché il suo amico dottor Malaman non lo mandò in pensione nel 1976. Da pensionato, scrisse per anni un’arguta rubrica sul “Giorno” (Senza filtro, autoironicamente si chiamava). Dopo due infarti, fatale un aneurisma. Morì il 25 settembre 1993. Del grande calcio, ai funerali a Rieti c’erano solo Cera e Riva. Nessun minuto di silenzio sui campi, nemmeno a Cagliari. Dal gennaio ’94 la tribuna-stampa del Sant’Elia è intitolata a Scopigno e dal 2005 a lui e a suo fratello Loris, pure calciatore e dirigente del Coni, lo stadio di Rieti, dove si svolge un torneo internazionale per Allievi.

Scopigno_1970