Luigi Riva nasce a Leggiuno (Varese) il 7 novembre 1944. Ugo Riva, il padre, era tornato dalla prima guerra mondiale con una medaglia di bronzo al valore. Aveva fatto il sarto, il barbiere, poi era entrato in fonderia. Una scheggia di ferro schizzata via dalla pressa lo passa da parte a parte, come fosse in guerra. Muore il 10 febbraio del 1953. Edis, la madre, lavora in filanda e arrotonda facendo pulizie nelle case dei meno poveri. Gigi è mandato in collegio dai preti: a Viggiù, a Varese, perfino a Milano. Scappa un sacco di volte, e ogni volta lo riportano indietro. Se avrà incubi, da adulto, riguarderanno i giorni in collegio e più tardi quelli in divisa militare, sempre obbligato a obbedire. “E il peso, l’umiliazione di essere poveri, le camerate fredde, il mangiare da schifo, il cantare ai funerali anche tre volte al giorno, il dover dire sempre grazie signora grazie signore a chi portava il pane, i vestiti usati, e pregare per i benefattori, e dover stare sempre zitti, obbedienti, ordinati, come dei bambini vecchi”.
Quand’era ancora al Laveno gli arrivò la convocazione dell’Inter e Gigi era interista. Mostrò quel pezzo di carta a tutto il paese, compresi i dirigenti del Laveno che glielo sequestrarono e addio convocazione dell’Inter. E poi, quand’era al Legnano e in Nazionale juniores, la svolta. Italia-Spagna all’Olimpico, 13 marzo 1963, molti osservatori in tribuna, per il Cagliari Silvestri, Tognon e il dirigente Arrica. Nell’intervallo, accordo col Legnano per 37 milioni. Nel secondo tempo Gigi segna il definitivo 3-2 e Dall’Ara (Bologna) offre 50 milioni. Ma ormai è fatta»
Le sue caratteristiche erano la forza, la velocità, la tecnica e il carattere. Amatissimo da tutti gli appassionati di calcio, Gigi Riva rappresenta il più importante attaccante italiano del dopoguerra. Il suo nome viene accostato a quelli di Piola e Meazza per indicare alcuni tra i più grandi attaccanti italiani di sempre.
Il suo gioco era caratterizzato da una prorompente esuberanza fisica, che gli valse il celeberrimo soprannome da parte di Gianni Brera “Rombo di tuono”, così commentando la partita Inter-Cagliari del 25 ottobre 1970. «Non tocca palla da latino, non ha neppure il destro come dovrebbe un giocatore della sua fama, e però la sua classe ha pochi, pochissimi eguali al mondo. Il suo scatto è così imperioso da riuscire travolgente. Il suo dribbling di solo sinistro è tuttavia irresistibile quando viene portato in corsa, al di sopra del ritmo normale. Il suo tiro è fortissimo, sia da fermo sia in corsa, sia a volo. I suoi stacchi sono violenti e insieme coordinati, così da consentirgli incornate straordinariamente efficaci. Riva è intelligente e tuttavia coraggioso fino alla temerarietà».
La fede alla sua squadra, il Cagliari, lo ha reso una bandiera, la sua serietà e la sua professionalità, un esempio per tutti i giovani.
La caratura del giocatore si spiega facilmente con i numeri della media realizzativa indossando la maglia azzurra: 35 reti in 42 partite: ancora un record difficilmente raggiungibile.
La carriera di Gigi Riva inizia con la squadra del Legnano (serie C); il passaggio al Cagliari arriva presto, grazie al buon fiuto del presidente sardo che si assicura l’ingaggio del futuro fuoriclasse. Il giovane Riva affronta il trasferimento sull’isola con molti dubbi: ragazzo timido e taciturno si ritrova lontanissimo da casa. Sarà sufficiente poco tempo per capire che la Sardegna è per lui una terra adottiva.
Riva si innamora di questa terra e della sua gente, arrivando in futuro a rifiutare le offerte delle squadre più prestigiose pur di rimanere a Cagliari. «Quando si andava in trasferta a Milano, a Torino, ci chiamavano pecorai. Oppure banditi. Avevamo dalla nostra migliaia di sardi all’estero, in quell’Italia del nord. Non esisteva la Costa Smeralda, non c’era mica l’Aga Khan, questa bellissima terra non l’avevano ancora massacrata. Noi, che pure eravamo solo dei calciatori, le demmo un nome. Eravamo una questione d’orgoglio, di rivincita per tanta gente. Ed eravamo una squadra completa, giusta sul campo in ogni ruolo. A Milano, una volta, un arbitro si rivolse a Suarez chiamandolo “signor Suarez”, e a un mio compagno invece urlò “se non stai zitto ti sbatto fuori”. Non ci sentivamo soltanto la squadra di Cagliari, ma il simbolo di tutta la Sardegna. Io rispondevo alle ingiustizie a muso duro, e spesso mi perdonavano perché ero importante per la Nazionale e non potevano squalificarmi: allora, gli squalificati non venivano convocati». «Angelo Moratti diede un sacco di soldi al Cagliari per congelarmi, perché non fossi venduto a nessuno. Boniperti ci scherza e mi aggredisce ancora, quando mi incontra: in tasca ha sempre il foglio a quadretti dove il nostro presidente scrisse cosa voleva per vendermi: Bettega, Capello, uno tra Marchetti, Gentile e Cuccureddu, più Boni della Sampdoria, Casarsa del Bari, Brignani del Cesena, e inoltre che gli piazzassero Albertosi per avere un altro portiere. Rifiutai la Juve, rifiutai l’Inter e il Milan». E’ anche grazie a questo atteggiamento, a queste scelte, che assurge a vera e propria bandiera: giocatore amato dai propri tifosi e rispettato da tutti gli altri. Tuttavia questa scelta gli precluderà di vincere trofei e competizioni che la sua immensa classe gli avrebbe di sicuro fatto raggiungere in squadre di più alto rango.
I preparatori isolani lavorano molto sul potenziamento fisico: la sua potenza e la sua abilità nelle progressioni lo rendono immarcabile.
Riva gioca con il Cagliari 13 campionati consecutivi: nel 1963-64 porta il Cagliari dalla serie B alla massima categoria. In serie A realizzerà 156 reti in 289 partite: una media superiore a 0.5 goal a partita.
Le più belle imprese di Gigi Riva sono forse legate alla maglia azzurra dove il suo potentissimo tiro mancino ha fatto sognare i tifosi di tutto il paese; i successi più importanti ottenuti in azzurro sono il titolo Europeo del 1968 e il secondo posto ai mondiali in Messico del 1970.
Il periodo d’oro per Gigi Riva è quello che va dal 1967 al 1970: oltre a tre titoli di capocannoniere della serie A e ai già citati successi azzurri risalgono a questi anni: un secondo posto in campionato (1969, dietro la Fiorentina), uno scudetto (1970) e un secondo posto nella classifica del Pallone d’Oro alla spalle del compagno di nazionale Gianni Rivera nel 1969, terzo dietro Gerd Müller e Bobby Moore nel 1970, sesto nel 1968
Ma questo triennio è per Riva anche quello più travagliato: si procura una frattura del perone sinistro (in nazionale nel 1967) e una frattura del perone destro (nel 1970 in nazionale, successivamente ai mondiali). Termina la carriera nel 1976, in seguito ad un altro infortunio il terzo importante. Gioca la sua ultima partita il 1° febbraio (Cagliari-Milan, 1-3) “Correvo, avevo Bet al mio fianco. Cercai di compiere una torsione. I tacchetti mi bloccarono il piede al terreno e mi girai solo con l’anca. Avvertii il dolore acuto di quando si rompe qualcosa. Crollai a terra. Mi portarono via in barella. È finita, pensai”.Era finita»
Dopo un periodo in cui dirige il Cagliari nel ruolo di presidente, Gigi Riva nei primi anni ’90 approda nello staff della nazionale dove ha svolto il ruolo di dirigente accompagnatore. Nel maggio del 2013 decide di terminare il suo rapporto con la nazionale abbandonando il ruolo di team manager. Nella stagione 2004-2005, la maglia numero 11 a lui riservata negli anni in cui calcava i campi di gioco, è stata ritirata dalla società Cagliari Calcio.

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