Oronzo Pugliese era nato a Turi, in provincia di Bari, un giorno dell’anno 1910, anzi 1913, forse 1916. Dopo un’infanzia di stenti, i Pugliese erano poverissimi, lasciò Turi e la sua famiglia e cominciò a guadagnarsi da vivere giocando a calcio. Erano gli anni del fascismo, e il giovane Oronzo cominciò la sua carriera di calciatore militando nel Benevento. Poi venne ingaggiato dal Frosinone. Ambizioso e determinato, cercò negli anni successivi di fare il salto di qualità. Voleva dimostrare a tutti costi il suo valore. Sostenne dei provini con Bari e Fiorentina, cercando così di approdare in serie A, ma non ottenne nessun ingaggio. Quindi passò dal Frosinone al Messina, poi dal Messina al Siracusa.Forse per mancanza di talento, o forse per semplice sfortuna, la carriera da calciatore di Oronzo Pugliese non decollò mai e, forse, fu proprio per questo che quando gli venne proposto di allenare la Leonzio, miseranda squadra di Lentini, accettò con entusiasmo. A Lentini, gli dissero che la retribuzione sarebbe consistita in una cesta di arance siciliane, consegnata nelle sue mani, puntualmente, ogni ventisette del mese. Oronzo alzò le spalle e recitò uno dei proverbi che nel corso della sua carriera di allenatore avrebbe usato per consolare i suoi calciatori alla fine di ogni partita terminata con un pareggio. Chi si accontenta gode, disse. Del resto, era il 1939, soffiava vento di guerra, che cosa avrebbe potuto riservargli di meglio il futuro? Se come calciatore non si distinse mai, come allenatore Oronzo Pugliese non passò inosservato. Personaggio schietto e sincero, conservò sempre la semplicità delle sue origini contadine. Era impulsivo e focoso e dimostrò presto una grande capacità di caricare i suoi calciatori e di accattivarsi le simpatie del pubblico. Nel 1950, trascinò il Messina fino alla serie B. Nel 1956 portò la Reggina dalla quarta categoria alla serie C. Con il Siena, nel 1959, sfiorò la massima serie, la A, perdendo la partita di spareggio contro l’Ozo Mantova. Poi approdò a Foggia e compì una specie di miracolo: nel giro di tre stagioni, condusse la squadra pugliese dalla serie C alla serie A. Gianni Brera disse di lui che era “un mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia”. Sulla panchina, Oronzo Pugliese si agitava, gesticolava, scuoteva la testa, sbracciava, urlava, si esibiva in brevi pantomime. Il modo più efficace che aveva per trasmettere il suo pensiero era il proverbio, tanto che a volte se li inventava, a San Siro, sullo 0 a 0, i calciatori del Milan erano nervosi e lui si voltò e disse a uno dei suoi assistenti: “Quando il pesce grosso non riesce a mangiare il pesce piccolo, va su tutte le furie”. La sua tattica di gioco era: “tu ti stai, io mi sto, tu me la chiedi, io non te la do”. Lo ripeteva sempre ai suoi “picciotti”, così chiamava i suoi calciatori, forse retaggio degli anni siciliani, durante gli allenamenti e negli spogliatoi. Aveva l’abitudine di spiarli da sotto le porte delle camere d’albergo, in ritiro, la sera prima della partita. Prima di ogni partita spargeva il sale accanto alla panchina e incaricava uno dei suoi assistenti di gettarne un po’ dietro alla porta degli avversari. Per scacciare il malocchio, diceva, da buon uomo del Sud. Il 31 gennaio del 1965, fu forse il culmine della carriera da allenatore di Oronzo Pugliese, venne giocata una domenica grigia e sciroccosa allo stadio Zaccheria di Foggia. I “satanelli” foggiani affrontavano i nerazzurri. Finì con la vittoria dei foggiani 3-2. Tutto accade nel secondo tempo, andarono in vantaggio al quarto minuto di gioco con Lanzotti, la mezzala, che respinse in rete una punizione di Maioli che si era schiantata sulla traversa, e cinque minuti dopo raddoppiarono con Nocera. Le magie di Helenio Herrera non tardarono ad arrivare. I nerazzurri, come se si fossero all’improvviso accorti di indossare la maglia dei campioni del mondo, andarono in gol prima con Peirò e pareggiò poi con Suarez, che controllò un pallone indomabile e lo infilò nel sette ghiacciando lo Zaccheria.. L’Inter, fiduciosa, si sbilanciò in avanti, Maioli prese in mano il gioco del Foggia e al settantasettesimo vide Nocera con la coda dell’occhio, gli passò il pallone, Nocera tirò verso la porta avversaria con tutta la forza che gli rimaneva ancora nelle gambe, quando vide Di Vincenzo ruzzolare a terra e il pallone in rete per un istante pensò di essere finito dritto in un sogno. Finita la partita, i giornalisti presero d’assalto gli spogliatoi del Foggia. Oronzo Pugliese era sudatissimo, commosso e felice. Da quel giorno, il calcio italiano ebbe un altro “mago”, un “mago dei poveri”: Oronzo Pugliese, il “mago di Turi”.

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