La guerra dei Balcani

Il 30 maggio 1992 il  Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite approva la risoluzione numero 757: la guerra dei Balcani era nel pieno della sua tragica violenza, e il mondo scopriva notizia dopo notizia, giorno dopo giorno e morte dopo morte che esistevano Vukovar, Mostar, e che Sarajevo non era solo una delle tante città che hanno avuto modo di ospitare i Giochi Olimpici invernali.

La risoluzione dell’ONU non colse quasi nessuno impreparato, era qualcosa che era nell’aria nel tempo. Ma qualcuno forse si aspettava che questa decisione arrivasse dopo, o si limitasse a ambiti civili e politici. Invece la scelta delle Nazioni Unite si insinuò anche nello sport: si fece infatti divieto a ogni nazionale jugoslava di partecipare a manifestazioni sportive nel mondo fino a nuova decisione.

Di lì a a 10 giorni sarebbe partito, in Svezia, il Europamästerskapet i fotboll 1992, il Campionato d’Europa UEFA 1992. A quella manifestazione la nazionale della Jugoslavia si era qualificata sul campo: nel Gruppo 4 arriva prima a 14 punti, e a Landskrona, il 16 ottobre 1991, battendo 2-0 (Jugović, Savićević) aveva staccato il biglietto per la scandinavia. In quel girone di qualificazione oltre alla nazionale slava c’erano appunto le Fær Øer, Nord Irlanda, Austria e Danimarca. Quest’ultima di era classificata seconda, distanziata di un solo punto. E la UEFA decide che a sostituire gli slavi del sud a Euro 1992 saranno proprio i danesi.

Ovviamente i giocatori della Dinamite danese non erano pronti per un simile avvenimento, diversi giocatori danesi erano in vacanza e dovettero frettolosamente tornare in patria per prendere parte all’evento. Nessuno dei giocatori danesi, inoltre, aveva fatto una preparazione fisica adeguata per affrontare gli Europei, mentre le altre squadre si allenavano da settimane, nei vari ritiri.

Per capire quanto d’improvviso fu scelto di richiamare la nazionale danese, un aneddoto curioso che riguarda il commissario tecnico di quella squadra, Richard Møller-Nielsen, il quale dichiarò di ricordare così il momento in cui ricevette la chiamata della federazione calcistica danese che lo informava del ripescaggio per gli Europei:

Dovevo cambiare la cucina, ma mi chiamarono per giocare in Svezia. Ho chiamato un arredatore professionista per finirla.

Richard Møller-Nielsen non doveva essere un personaggio semplice, e infatti in quell’avventura europea da prepararsi in fretta e furia non era prevista la presenza di quello che è probabilmente il più grande giocatore della storia danese – Michael Laudrup, ovvero quello di cui Platini diceva: “E’ il più grande di tutti”. Ma aggiungeva: “In allenamento”.

Una nazionale impreparata, non allenata, priva del suo uomo migliore si apprestava a giocare la fase finale del Campionato Europeo di Calcio senza alcuna speranza di ottenere niente altro che una figura dignitosa.

Le altre nazionali

A quella rassegna continentale la nostra nazionale non partecipa. La nazionale di Azeglio Vicini era stata inserita nel Gruppo 3, insieme a Cipro, Ungheria, Norvegia e URSS. Nel percorso di qualificazione gli azzurri stentano fin dall’esordio con i magiari, non andando oltre un brutto 1-1. E nel corso del girone le cose non migliorano in modo considerevole. Si arriva alla penultima partita del girone, in Norvegia, e l’unica cosa che conta è vincere. Ma gli azzurri sotto la neve tornano a casa con zero punti, battuti 2-1 dai padroni di casa. La speranza non è chiusa al cento per cento perché l’Ungheria riesce a impattare contro i sovietici, regalando all’Italia una possibilità di ribaltare le cose in un incontro decisivo il 12 ottobre del ’91 a Mosca contro l’URSS. Quasi tutti ricordiamo quella partita, quell’interminabile agonia di tentativi maldestri che si schiantarono contro le maglie rosse e che non produssero niente altro che un brutto 0-0. Il biglietto per la Svezia lo staccarono proprio i sovietici. Che a dirla tutta non parteciparono neppure davvero a quella manifestazione, perché un mondo stava finendo, e in Svezia ci fu la partecipazione della CSI – Comunità Stati Indipendenti.

A Euro ’92 – passato alla storia come l’ultima edizione del Campionato europeo di calcio con 8 squadre ammesse alla fase finale – ci arrivarono quindi, oltre a CSI e alla DanimarcaFranciaGermaniaInghilterraPaesi BassiScozia e i padroni di casa della Svezia.

Negli stadi di Stoccolma, Malmö, Goteborg e Norrköping i favoriti sono i tedeschi: guidati da Berti Vogts e vincitori del Mondiale a Roma due anni prima, sono solidi, determinati, forti. Dietro di loro anche una Francia in crescita vuole dire la sua sotto le mani di Michel Platini, e i Paesi Bassi del grande vate Rinus Michels vuole provare a ribadire il successo europeo di quatto anni prima. L’Inghilterra è priva di Gascoigne, e non garantisce troppa sicurezza dopo aver sofferto troppo nel girone di qualificazione. La Scozia è già soddisfatta di essersi qualificata per la prima volta nella sua storia a una fase finale di un Europeo. La CSI è invece un cantiere, più in rovina che in fase costruttiva, in cui le macerie geopolitiche della dissoluzione del blocco sovietico rendono difficile per i giocatori concentrarsi solo sul calcio.

Per un po’ di amarcord in più, basta rileggersi le convocazioni di quell’Europeo, che possiamo trovare qui.

I Gironi

Nel Girone A si trovano Svezia, Inghilterra, Danimarca e Francia. Tra pareggi e partite noiose solo la Svezia fa vedere qualcosa di meglio. E sono infatti i padroni di casa a primeggiare, arrivando a 5 punti nel girone, dove invece l’Inghilterra raccoglie solo due miseri pareggi e torna in terra d’Albione praticamente umiliata. La sorpresa è l’ultima partita del girone, dove si affrontano Francia e Danimarca: i galletti sono reduci da due pareggi, e quasi basterebbe loro un altro segno X per agguantare la semifinale. I danesi invece sono a un solo punto. Il risultato sembra scontato. E invece sono gli uomini di Møller-Nielsen a passare in vantaggio, e quando il pareggio francese nel secondo tempo pare segnare un destino già scritto, al 78′ Lars Elstrup crea il primo piccolo miracolo in terra svedese: danesi in semifinale, Francia a casa.

Nel Girone B CSI, Scozia, Germania e Olanda cercano di contendersi il pass per la fase e eliminazione diretta. Non ci sono particolari sorprese, Olanda e Germania dimostrano il loro valore, almeno fino allo scontro diretto che vede prevalere nettamente i tulipani per 3-1. Nell’altra partita che chiude il girone, la Scozia schianta gli ex-sovietici con un netto 3-0. Ininfluente ai fini della qualificazione, ma quasi un segno ancor più netto di una Storia (sì, quella con la S maiuscola) che si chiude. Come ha avuto modo di dire Eric J. Hobsbawm, è la fine del “Secolo breve”.

Le Semifinali

Nella prima delle due semifinali si affrontano SveziaGermania. I padroni di casa appaiono decisamente in forma: hanno vinto il girone, e l’entusiasmo pare essere una arma in più. Ma – come ha detto in modo preciso e puntuale Gary Lineker:

Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince

E i tedeschi infatti in un’ora di gioco si portano su un solido 2-0, e quando pare che il rigore di Brolin possa cambiare qualcosa, ci pensa Karl-Heinz Riedle a mettere il sigillo sulla vittoria. A nulla vale i 3-2 di Kenneth  Andersson a un giro di orologio dalla fine della partita.

Dall’altra parte i Paesi Bassi e il loro gioco tutto votato all’attacco devono vedersela conto la cenerentola del torneo, e alcuni pensano solo a quante volte Peter Schmeichel dovrà raccogliere il pallone in fondo alla porta. Ma in un Europeo in cui è l’equilibrio l’arma vincente, l’iper offensivismo dei tulipani si rivelò controproducente: fu infatti la Danimarca a segnare dopo soli cinque minuti con Henrik Larsen. Gli Orange agguantarono il pareggio con Bergkamp intorno al ventesimo, ma dopo poco ancora Larsen portò avanti i danesi. Da lì in poi fu un assedio. La squadra di Møller-Nielsen cercò di resistere, e ci riuscì fino all’86, quando Rijkaard segnò il gol del 2-2.

Si arrivò ai rigori.

Segnarono praticamente tutti. Tranne uno. E forse quel rigore sbagliato fu quasi un piccolo ulteriore segno sulla carriera di uno dei più grandi giocatori di calcio di sempre, e contemporaneamente con una fisico così fragile: Marco Van Basten si fece parare il suo calcio di rigore (il secondo per gli olandesi) da Schmeichel e con il quinti rigore fu Christofte a mandare i danesi in paradiso.

La finale

La Germania di Berti Vogts è la squadra Campione del Mondo in carica. Ha giocatori come Thomas Häßler, Jürgen Kohler, Matthias Sammer, Stefan Effenberg, Karlheinz Riedle e Jürgen Klinsmann. E il capitano Andreas Brehme, eroe in quella nottata romana due anni prima. Vero, non c’era Matthäus, infortunato. Ma si trattava di una squadra di enorme valore. Forse un po’ troppo adagiata sulla propria forza.

La Danimarca ha vinto la lotteria solo a esserci in terra svedese. Passare il girone, superare i Paesi Bassi sono forse già di per sé un miracolo sportivo senza precedenti. Dovrebbe bastare e avanzare. O no?
I teutonici sono già sotto per il gol di Jensen al 18′ – e da quel momento si gettano in avanti in un forcing confuso e poco efficace, privati per una discutibile scelta tecnica della loro “mente”, di Sammer, che siede in panchina. Si arriva così praticamente fino alla mezz’ora della ripresa, e quando tutti si aspettano solo il gol del pareggio tedesco per ripristinare l’ordine degli dei del calcio, si scopre che questi hanno in mente un piano ben diverso.

Kim Vilfort

Kim Vilfort era un centrocampista che a parte una veloce e non troppo fortunata esperienza in terra transalpina nella file del LOSC Lille, ha speso tutta la sua carriera in patria, soprattutto nel Brøndby, dove dal 1986 al 1998 – come ci dice Wikipedia – segnò, in totale, 110 gol (di cui 78 in campionato) in 470 partite ufficiali. Ma Kim Vilfort non è stato solo un calciatore. Prima di tutto è stato un uomo, e un padre. Mentre la sua squadra viveva questo piccolo miracolo sportivo, lui viveva un dramma umano. Sua figlia, Line, di otto anni, era malata di una grave forma di leucemia. Kim per riuscire a conciliare la due cose decise di fare il pendolare: sfruttando la vicinanza dei due paesi, e tra una partita e l’altra tornava in Danimarca per restare vicino alla figlia. Questo fu uno dei motivi per cui Kim non era presente nella sfida contro la Francia, la terza partita del girone.

Al 78′ minuto di quella finale, Flemming Povlsen recupera un pallone e dalla fascia desta mette un pallone rasoterra all’indietro, e Kim Vilfort, il calciatore, l’uomo, regalò il successo più grande al suo paese, alla sua nazionale, ai suoi compagni, a tutti gli amanti delle belle storie nel mondo del calcio.

Epilogo

La Danmarks fodboldlandshold vinse così il primo, impensabile e unico titolo nella sua storia (no, la Confederations Cup non conta).

Una squadra arrivata quasi per caso, riuscì a costruire partita dopo partita la sua vittoria più grande. Ma attenzione: non era una squadra di brocchi, o giocatori di modesto livello. Peter Schmeichel è stato uno dei più grandi portieri a livello europeo negli ultimi trent’anni, e Brian Laudrup è stato un giocatore di gran talento, certamente meno del fratello Micheal, che però in quella Danimarca non c’era.

La vicenda di Kim Vilfort non fu altrettanto felice, e Line Vilfort si spense poche settimane dopo la conquista del titolo europeo dei sudditi di Margherita II.